sabato, 21 novembre 2009, ore 21/11/2009 23:28

Come ho scritto in qualche post addietro, durante la recente permanenza a New York, complice il resident Luca, la sera bazzicavamo spesso nella nuova (beh nuova, ha un bel pò di anni, ormai) mecca dell'indie: Willamsbourg, a Brooklyn. Si è parlato tanto della scena di Brooklyn ed ovviamente non potevamo non vedere da vicino di cosa si trattasse. Beh, è proprio come immaginavo. Molto newyorkese, con vecchi warehouse industriali convertiti in loft hipster-radical chic, trentenni col look giusto, baretti musicali davvero clamorosi. Insomma, una figata. La massima espressione dell'hipsterismo. Tipo il bar con la terrazza interna strapiena di gente cool con birra e shot di ordinanza, giacca in pelle, jeans stretti. Dove il sottoscritto, Antonello e Luca hanno tentato per la milionesima volta di compilare l'ennesima top 10 personale dei migliori album di sempre. Eh, la storia si ripete. Dappertutto.

Bene, l'altro giorno stavo sul blog di Luca Castelli che riprendeva questo pezzo da The Daily Swarm con le 40 canzoni che caratterizzano il nuovo sound di Brooklyn. Che poi, sul nuovo ci sarebbe da discutere, ovviamente. Oltre che sulla mancanza di band come Clap Your Hands Say Yeah e Yeah Yeah Yeahs. Ma che ormai da anni ci sia una scena vivissima è innegabile.

Eccovi pertanto il mio elenco di quindici canzoni, con annesso video, che sono una specie di riassunto del Brooklyn sound. Buon ascolto.

Vampire Weekend - A-Punk
Yeah Yeah Yeahs - Maps
The National - Brainy
LCD Soundsystem - All my friends
MGMT - Kids
Animal Collective - My girls
Clap your hands say yes - Details of a war
The pains of being pure at heart - Everything with you
Class Actress - Let me take you out
Bishop Allen - Click, click, click
TV on the radio - Wolf like me
Grizzly Bear - Two weeks
The Antlers - Kettering
Matt & Kim - Daylight
Vivian Girls - Where do you run to
Chairlift - Bruises


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giovedì, 29 ottobre 2009, ore 29/10/2009 20:10

Ero indeciso se scrivere o no questo post. Innanzi tutti perchè ci avevo già scritto in anticipo e soprendentemente è davvero andato quasi tutto come pensavo e sognavo. Ma soprattutto, perchè su certe cose ci si può ricamare, ci si può filosofeggiare, magari andando involontariamente a toccare la poesia, Certo. Eppure, come si possono descrivere a parole certe sensazioni, certi momenti, certa immensità in cui ci si è ritrovati immersi per qualche giorno? Qualche giorno. Briciole, nella vita di un uomo. Millesimi di granelli di sabbia nella storia del Gran Canyon.

Momenti, appunto. In questo viaggio ho vissuto dei momenti speciali che è impossibile descrivere davvero. Impossibile. Che poi, ti rendi conti di essere un privilegiato. Il vivere alcuni attimi nel tuo immaginario, il realizzare uno dei sogni che ti restano attaccati da quando eri un bambino, beh, non è cosa da tutti. Ed è meglio viverlo solo per qualche momento, il tuo immaginario. Perchè deve restare, appunto, immaginario. De Andrè avresti voluto conoscerlo, certo. Ma solo per chiaccherarci qualche ora. Non avresti voluto esserci amico. Lasciateci almeno qualche angolo che non sia occupato dalla realtà, per favore.

Il tuo immaginario. Ti ci butti per un pò, resti meravigliato, forse ancora non realizzi bene quello che hai fatto durante queste briciole di vita. Poi torni alla vita quotidiana, alle solite cose, che probabilmente sono più mediocri di quello che pensi. Ma ti porterai dentro per tutta la vita quelle sensazioni, quei brividi, quei momenti, Quell'immaginario che hai avuto il privilegio di sfiorare. E hai paura che i ricordi svaniscano, col tempo. Ma chi se ne frega, li hai vissuti, quei ricordi. E sempre ti rimarrà, questo sì indelebile, il ricordo di averli vissuti.

Ci provo comunque, con nomi-pensieri-ricordi random di un'avventura indimenticabile.

New York che è davvero uno state of mind, il MoMa, i due deficienti italiani dietro l'Apple Store che ci chiedevano quale fosse la via principale-corso di NY. La Metro dei Warriors, lo skyline, il Village e il Lower East Side sulla Bowery, Antonello che si appoggia ad un auto e il buttafuori che gli fa "You can't be serious, man!", il bar karaoke di canzoni heavy metal truzze, l'ex CBGB, downtown e quel buco enorme tra i grattacieli, le scale antincendio fuori dalle case, la Times Square di Strange Days, le luci livide dei fari e dei semafori che si riflettevano nelle strade mentre diluviava ché ti sembrava di vivere dentro una canzone di Lou Reed. La Brooklin hipster di Williamsburg dove vive Luca, l'ollolaese più hipster ever, il train che passa fuori per il Manhattan Bridge, i pankakes e le slices of pizza.

Le 2250 miglia sciroppate in una settimana a bordo di una Kia Optima che fa comunque on the road, i cd a palla per tutto il viaggio, l'emozione di entrare nei grandi parchi, i rettilinei infiniti prima della Death Valley, il tramonto a Bryce Canyon, il brivido di immensità provato al Delicate Arch e al Gran Canyon, i motel per strada a 65 dollari a notte, il motelaccio a Flagstaff sulla 66, Escalante, Boulder, Moab, Page, Kingman, Lone Pine, Oakdale. Il Dead Horse Point, l'ingresso nella Monument Valley con Morricone a palla, il giro nello sterrato della Monument al tramonto, praticamente da soli, il cane che abbiamo trovato al John Ford Point, il buco nello stomaco provato seduto da solo ad ossservare le three sisters al tramonto. Le draft di birra nei saloon di cittadine sperdute, le chiaccherate con un vecchio amico che vedi poco, i  silenzi con un amico che vedi poco,
i tormentoni ollolaesi gridati ai quattro venti, il caffè a Bluff, 4 case in mezzo al nulla, il nulla immenso della soffocante Death Valley, lo stupendo e psichedelico tramonto a Zabriskie Point, con i colori più allucinanti mai visti nel cielo, il passaggio in 12 ore dai 38 gradi della Death Valley alla neve sui 3000 e passa metri di Tioga Pass, le cascate e i laghetti di Yosemite, i colori delle foglie e l'immensità degli alberi.

"We don't speak starbucks" scritto sulla cassa del bar di una fricchettona a Kingman, dove ho preso il miglior espresso degli Usa, Frisco esclusa, If you're going to San Francisco ascoltata mille volte, l'arrivo nella Bay Area, guidare la macchina nelle salite di Frisco, il gruppo cover col cantante che era un mix tra JMascis e David Crosby, "eia, melchiò!" scritto nel bagno del bar, la solennità della City Lights e il pensiero che andava a Kerouac, Ginsberg e Ferlinghetti, Haight e la Summer of love, la clam chowder a Fisherman's Warf, il cable car che risale e scende sino a Fisherman's, il cartello dell'homeless con scritto "Why lie, it's for a beer", la bartender che vede la mia maglietta del CBGB e ne fa un'apologia, la gentilezza e disponibilità di chiunque, l'ombra formata dal Golden Gate al tramonto, l'Oceano Pacifico, l'homeless che rispondeva cantando alle domande su dove potevamo trovare un bar aperto, don't you want somebody to love.

Bello

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lunedì, 28 settembre 2009, ore 28/09/2009 00:01

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venerdì, 21 agosto 2009, ore 21/08/2009 18:58

Eh si, stavolta ad Ottobre si parte davvero. Io e uno dei miei amici piu’ cari, in direzione Usa. New York, i parchi del sudovest, la California, San Francisco. L’America. Chi mi conosce sa bene quante volte ne ho parlato. Quante volte ho detto che l’avrei fatto. Here i am. Non sto nella pelle, davvero.

 

Bene, il sottoscritto decide di andarsene in giro in America per un paio di settimane buone, decide di fare il viaggio, insomma, e il solito Andrea Scanzi scrive questo bellissimo articolo. Vabbe, è morta la Pivano, oh. E’ morta colei che il viaggio per eccellenza l’ha portato in Italia. La Pivano ha tradotto la strada. Letteralmente. E Scanzi non poteva non celebrarla da par suo, con un pezzo che si riallaccia alla classifica delle piu’ belle strade del mondo secondo il National Geographic (classifica opinabilissima, ovviamente. Come tutte le classifiche). Un pezzo che non puo’ non citare la Pivano, Kerouac, Springsteen. La strada. L’America, alla fine. Perche’ l’America è la strada. E’ il muoversi continuamente. E il viaggio è tutto, lo sappiamo.

 

Prima di partire ho in previsione il re-watching di vari film, come Into the wild, Fandango, Thelma and Louise, Easy Rider, Verso il sole, A straight story e altri. Leggero’, mi documentero’. Già mi sto divorando il sommo Dave Eggers. Non credo  però di arrivare a rileggermi Kerouac. Per me resta legato ad un periodo particolare della mia vita ed e’ uno dei libri che mi piu’ mi costa riprendere dallo scaffale. Quel libro va letto a 20-25 anni. Se lo rileggi dopo lo fai con un’altra coscienza, un altro spirito. Non sono ancora pronto. Ma sicuramente mi rileggero’ un libro di Cesare Fiumi, La strada e’ di tutti, che lessi una decina di anni fa. Un libro stupendo, dove il giornalista del Corriere racconta il suo viaggio fatto nel 1997, a 40 anni, su una Thunderbird verde noleggiata. Un viaggio sulle tracce di Kerouac, ma anche di Cormac McCarthy, accompagnato da una vecchia carta stradale, da qualche cassetta con la musica giusta, ma soprattutto da un’idea. Un’idea di viaggio che ha parecchi punti in contatto con la mia. Con le dovute differenze e proporzioni, ovviamente. Dato il poco tempo, alla fine il mio trip durera’ 15 giorni. Prima  NYC, poi aereo per Las Vegas e da laggiu’ on the road in auto verso i grandi parchi del sudovest, verso la California, passando da Zabriskie Point, ovviamente. E altrettanto ovviamente arrivando a San Francisco. Sto gia’ pensando e ripensando alla compilation che devo prepararmi, che dovra’ essere perfetta. Perche’il viaggio dei sogni, quello che progetti da quando eri bambino, non puo’ che accompagnarlo una colonna sonora da sogno.


L’America. L’Est. New York, che e’ la città per eccellenza. Quella dove tutti abbiamo in qualche modo vissuto. Le canzoni di Lou Reed, Bruce Willis a manetta in taxi dentro Central Park, lo skyline contemplato da Monty Brogan con il suo cane, Carlito Brigante che muore sulle note di You’re so beautiful, Woody Allen e Diane Keaton a passeggiare nel Village. Poi l’Ovest. San Francisco. Dove Jack e Neal arrivano dopo il loro primo viaggio. La Big Sur verso Monterey. La Summer of Love. La City lights. Dustin Hoffman che scappa con la sua Alfa Romeo. Jello Biafra. E in mezzo alle due citta’, il viaggio, il sudovest, la Monument Valley, il Gran Canyon, La Death Valley, i boschi della Sierra Nevada, i giochi di luce di Antelope Canyon. E la Route 66, ovviamente. La Strada. La Mia America. Il viaggio verso qualcosa che ti appartiene, pur non avendolo vissuto. Perchè, come dice Fiumi, niente e’ piu struggente di quello che non si e’ vissuto. E lo voglio vivere, almeno per poco, quello che non ho vissuto.


Muoversi, sempre. Ora a volte mi spaventa. Sono appena tornato a Barcellona dalla Sardegna e sempre di piu’ mi sembra di vivere una vita provvisoria. Eppure anche laggiù, dove sono le mie radici, nella mia Macondo, ho sempre forte  il sentore della provvisorietà. La precarietà dell’anima. E’ eccitante vivere in uno stato di perenne attesa, di continua eccitazione, appunto. Ma stanca. Pur non potendone fare a meno. Perchè da certe cose non si scappa: vagabondi come noi sono nati per correre. Vagabondi dello spirito. Ché hai sempre bisogno di andare su e giu’ lungo la Route 66 dell’anima. Che non porta da nessuna parte, magari. Eppure bisogna andare.

 

E ora si va, davvero. A sentire letterelmente la polvere. A chiedere, alla polvere. Come detto, il poco tempo non mi permette di fare quello che ha fatto Fiumi. Sicuramente prenderemo parecchie autostrade, non tutte le strade secondarie e impolverate che ha fatto lui. Sicuramente non ci butteremo di sotto a Canyonlands, come Thelma and Louise. E non faremo 500 miglia in 5 ore come Neil Cassidy. Non faremo in canoa le rapide del Colorado come Chris McCandless. Non vedremo arrivare Henry Fonda al rallentatore con la Monument Valley sullo sfondo. Forse non seppelliremo una bottiglia di vino nel deserto. Magari saremo piu’ springsteeniani, e la strada, il viaggio, saranno un modo di evadere da una realta’ che forse e’ piu’ normale e mediocre di quello che pensiamo. Un sogno insomma. Lasciateci almeno questo. Uno spicchio di sole, un raggio di luce, la possibilità di sentire il vento nei capelli prima di arrenderci. In modo da non rimpiangere, in modo da provarci. O almeno, in modo da avere qualche rimpianto in meno. No, non ci arrenderemo.


No retreat baby, no surrender.

 

Dimenticavo: la prefazione del libro di Fiumi la scrisse Fernanda Pivano. Il cerchio si chiude. (Quasi) Sempre.

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martedì, 18 agosto 2009, ore 18/08/2009 22:10

Ancora di ritorno a Barcellona, dopo altri dieci giorni di ferie sarde. E anche stavolta il ritorno mi ha preso un pò male. Ci sarei stato volentieri un'altra settimana, laggiù. Vabbè. Ci sono altre ferie ad Ottobre, stavolta in direzione United States of America. Mi sa proprio che parecchi dei prossimi post verteranno su questo. Chi mi conosce sa benissimo quanto ho aspettato questo momento.

Stay Tuned, come direbbe l'intoccabile san Beppe Grillo
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domenica, 19 luglio 2009, ore 19/07/2009 22:59

Lo avevo in cantiere da qualche giorno, ma non avevo ancora avuto tempo di postare il seguente post a punti:


- Durante la recente permanenza macondiana ho beccato in pieno il G8. Ovviamente ne avevo letto i resoconti su Corriere e Repubblica, eppure la cosa che mi ha fatto maggiormente impressione e’ stata la conferenza stampa finale del nostro premier, trasmessa in diretta (!!!) durante il tg5 dell’ora di pranzo. A memoria, non ricordo sia mai successo. Ho avuto la sgradevole impressione di trovarmi in Corea del Nord, oppure a Cuba. Con le dovute proporzioni, ovvio. Non sono mica Di Pietro.

E’ inutile, non posso non sorprendermi ogni volta che torno in Italia per come siamo messi male a livello di informazione. E la risposta spiritosa di Berlusconi alla “domanda” di un giornalista ha confermato per l’ennesima volta che l’umorismo del nostro premier sta una tacca sotto le barzellette del Cucciolone.

 

- Anche quest’anno si e’ tenuto a Gavoi (brrr, vade retro…) il festival letterario Isola delle Storie. Stupendo, come gli altri anni. E dimostra che se si hanno idee si puo’ inventare un appuntamento diverso anche in Barbagia. Non si puo’ andare avanti sono con Cortes Apertas e balli sardi. Tutto questo malgrado i problemi di finanziamento avuti quest’anno e malgrado il fatto che tutto si svolga a Gavoi. Dai che scherzo. Il sottoscritto ci e’ andato solo una sera, a vedere un dibattito con Alessandro Baricco. A dire il vero non ho ancora letto nulla di Baricco (articoli a parte), pur avendone qualche libro a casa. Mi ha fatto una buona impressione il suo essere non banale, il suo non essere un pollo di allevamento, la sua posizione non snobista sul rapporto tra cultura alta e cultura bassa. E poi ho una ideuzza sulla sua scuola Holden che mi frulla in testa da un bel po’. A ver.

 

- Per vari motivi ho avuto l’ennesima conferma che senza auto in Sardegna sei un mezzo uomo. Sono andato in spiaggia solo un giorno, infatti. Comunque, la Sardegna e’ un paradiso. Non c’e’ Costa Brava che tenga se vai  nell’inflazionatissima San Teodoro, come ogni estate, per buttarti nella affollatissima Cinta e e finisci a meravigliarti una volta di piu’ di un mare che e’ una enorme piscina, di una limpidezza sempre abbacinante. I colori e i profumi della mia terra esplodono, davvero. Anche il cielo e’ diverso. Dico sul serio. Forse solo un sardo lo puo’ capire.

 

- Visto che sono rimasto parecchio nel paesello, ho avuto il tempo di proseguire con il rewatching di Lost. Inutile, anche la re-visione lascia a bocca aperta. E le prime 8 puntate della seconda serie sfiorano la perfezione. Impressionanti. No way: Lost e’ lo stato dell’arte della serialità tv e traccia un confine tra un prima e un dopo. Epocale

 

- Epocale come la morte di Micheal Jackson e il suo funerale. Costato milioni di dollari, pagati per metà dalla California. Il chè spiega molte cose, sullo stato delle finanze californiane.


Non se ne puo’ piu’, davvero. Un grandissimo, ovviamente. Ci mancherebbe, non si puo’ negare. Nel suo genere, pero’. A chi decanta la sua influenza sulla musica odierna, ricordo solo che questa si estende al massimo al moderno r'n'b che il sottoscritto trova davvero insulso. Wow, hai influenzato Justin Timberlake! Dai, la musica nera (quella che lui faceva agli inizi) e’ Aretha, Marvin Gaye, Sam Cooke, Ray Charles, anche Prince. Ma non Jackson. Che ha azzeccato qualche pezzo (per me Billy Jean e Beat it, con eddie van halen alla chitarra, rimasugli del mio periodo metallaro), che ha scritto alcune canzoni riempipista davvero irresistibili, che aveva un grande talento da ballerino-coreografo. Pero’ niente di trascendentale. Sia chiaro, il talento non gli mancava. Non era mica Madonna, che senza la musica sarebbe diventata Ceo di Microsoft. Eppure, ho sempre pensato fosse sopravvalutato. Il re del Pop. Si certo. Piu’ dei Beatles. Certo. Vabbè, de gustibus. Ma un po’ di misura, ecchecazzo. Per non parlare del fatto che non se lo cagava praticamente nessuno da anni, mentre ora con la morte, ovviamente, è diventato il piu’ grande di sempre. Mah. E poi, Jacko, lo odio proprio. Basta con i diminutivi-nomignoli. Basta

 

- A proposito di gruppi che hanno avuto un briciolo di influenza, in questo caso su tutto l’indie rock post 90s, pare che i Pixies siano tornati assieme per celebrare il ventennale della pietra miliare Doolittle, con una tournee europea ad ottobre. E per l’ennesima volta, pur essendo disposto ad andare a Londra, Glasgow, Dublino per vederli, me li perdero, molto probabilmente. Cose mie. Speriamo, almeno.

 

- Sempre parlando di grandi gruppi, e’ uscito il nuovo album dei Wilco. Che e’ sempre il nuovo album di quella che forse e’ oggi la migliore band americana in circolazione. De gustibus anche qui, ovviamente. Io con Jeff Tweedy e soci vado però sul sicuro. Ed infatti l'album è splendido, davvero. Forse non ai livelli di Yankee hotel foxtrot, magari. Ma sicuramente una collezione di canzoni bellissime di un gruppo che ormai può essere annoverato tra i classici del rock

 

- Speriamo di sentirli, sia i Pixies che i Wilco, e magari pure i Creedence, nella nuova web radio ollolaese Radio Irrita. Si trasmette ancora saltuariamente. Eppure ci si diverte, si cazzeggia, si discute. Pur con i tempi radio che sono quello che sono, ma chissenefrega, siamo per il Do it  yourself, no? E si sente ottima musica, ovviamente. Fateci un salto, ogni tanto

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mercoledì, 15 luglio 2009, ore 15/07/2009 23:12

Molina. Lodi. Hey tonight. Bad moon rising. Midnight special. Long as i can see the light. Traveling band.


Sono alcuni degli straordinari inni dei Creedence Clearwater Revival. E sono i pezzi che ieri John Fogerty si e’ permesso di non suonare, durante il suo concerto al San Jordi Club. Non esiste alcun songwriter al mondo che abbia scritto talmente tanti classici del rock 'n roll, diventati ormai degli standard, che si possa permettere di non suonare pezzi simili in un concerto di quasi due ore. Impressionante.

 

Impressionante come tutto il concerto di questo 64enne californiano che ancora oggi e’ una vera e propria bomba rock and roll. Concerto che parte con un uno-due da k.o, sparando una Up around the bend il cui riff andrebbe insegnato a scuola e una Green river da antologia. Devastante. E al quarto pezzo imbraccia l’acustica per piazzarti in faccia niente meno che Who’ll stop the rain. Dico sul serio, mi si sono inumiditi gli occhi e ho avuto i brividi. Letteralmente. No, cioe’: Who’ll stop the rain, suonata da Fogerty a 5 metri dal sottoscritto. Non ho parole. Si vive anche per momenti come questi. E fanculo a chi dice che le cose importanti della vita sono altre.

 

John ha poi snocciolato le sue perle durante la restante ora e mezza, con la sua meravigliosa voce di cartavetra e i suoi riff fenomenali. Che chitarrista. Che cantante. Che compositore. Vedere da cosi vicino Lui che canta splendidamente Lookin out my back door (e io che mi ritrovo a mimare Dude Lebowski che picchia il pugno sulla cappotta della sua auto-rottame), Run to the Jungle (e io che penso a Walter che si butta dall’auto in corsa dopo aver lanciato la borsa con le mutande), Have you ever seen the rain (classico immortale che conoscono persino su Marte), I heard you to the grapevine (una delle canzoni piu’ sexy ever), Rockin all over the world (la quintessenza del cosiddetto rock da stadio), Born on the bayou (un bluesaccio da antologia scritto da un californiano che il Bayou lo visito’ solo da turista) e tanti altri classici, beh, non ha prezzo. Vabbe: diciamo che sono stati 58 euro spesi meravigliosamente.

 

Ovviamente aspettavo il gran finale. Poteva mancare la rabbia e la potenza di Fortunate son? No, non poteva. Una cavalcata elettrica di tre minuti violentissima, devastante, definitiva. Fortunate son e’ l’abc del rock. E’ un punto di partenza. Oppure di arrivo. Dentro c’e’ tutto. L’inizio in 4/4 col basso pulsante e la batteria a pestare duro. Il riff distorto della Fender di Fogerty, che e’ qualcosa di miracoloso. La voce, che urla rabbiosamente questo inno proletario contro la guerra in Vietnam che e’ diventato un classico senza tempo da mandare ininterrottamente in loop in tempi di guerre umanitarie e non. Da paura.

 

Ma con cosa va a chiudere il vecchio John? Cosa manca ad un repertorio simile? Incredibile, mi ero dimenticato di Proud Mary. Ripeto, ha scritto talmente tanti classici che non mi ero accorto che non aveva ancora suonato Proud Mary. E il pubblico a cantare in coro “Rollin’, rollin', rollin’ on the river”.

 

It’s only rock and roll. But I like it

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lunedì, 13 luglio 2009, ore 13/07/2009 22:59

La settimana scorsa son tornato a casa, di nuovo. Macondo, again. Ogni volta di più. Davvero. Si passa senza soluzione di continuità dai funerali alle feste, dai concerti rock al palio degli asinelli. Il tempo passa, ma continua sempre a sembrare sospeso. E' casa mia, nel bene e nel male. E fa male vedere come inevitabilmente si stia trasformando in un paese per vecchi.

E' strano, ci ho vissuto una vita, ma dopo solo tre anni che manco è diventato piccolo, mi sta terribilmente stretto. Eppure voglio bene al mio paesello. It's my hometown. La mia famiglia, le viuzze attorno a casa, il giornale da Robertino, il caffè da Pierpaolo, il mio ex bar, il superenalotto da Marredda, l'auto per fare anche solo 100 metri, i ragazzini che giocano a murra in piazza, le strette di mano, e tando ite novas, sa Punta Manna, l'aria freddina di alcune notti di Luglio, i pranzoni, andamus a Sedilo?, mancu mortu, i ragazzini a passeggio col cavallo in paese, chi allena l'Ollolai, pu Gavoi, fare benzina a Gavoi, a dettare lezze a Gavoi, mezoramus, dai la staffa poi ghiramus, le mega auto dei ventenni, i testacoda in piazza, su palu de sos vihinados, ettolitri di birra, il drive in a San Basilio, i preservativi usati e buttati nel drive in a San Basilio, zai no nos amus a briare po hussu, le feste della birra, il Cagliari da Zicu Soro, Barbagia Rock, San Bartolomeo e Sa Leva, i mega concerti del primo giorno di Santu Porthulu, le sfide a freccette, i personaggi del paese, le imitazioni, il biliardino con le virgolette vietate in attacco, la festa di San Basilio, l'estate pre-notte artica ollolaese, dal 14 agosto al 31 agosto, a San Teodoro con Checco, sos ispuntinos con le murras giocate sino a perdere la voce. E miliardi di altre cose.

Certo, ci si annoia. Ti fa arrabbiare. Ma è Macondo. Ognuno ha la sua Macondo. La mia Macondo. E lo sarà sempre
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mercoledì, 03 giugno 2009, ore 03/06/2009 23:29

E anche quest'anno e' arrivata la Primavera. Sound. Il festival barcelonese e' oramai un'istituzione della musica indie. Ma non solo. Pur continuando a tenere (per fortuna) quell'impronta alternativa che lo contraddistingue, piano piano il festival sta aprendo anche ai nomi grossi, che sicuramente indie non sono, ma che comunque lo hanno ispirato di brutto, l'indie. Eccome.

Quest'anno infatti l'attrazione principale era un certo Neil Young. Peso pesado, come dicono qui. Ovviamente non c'era solo lui. La cartelera era davvero impressionante, anche se forse meno di altri anni. My Bloody Valentine, Yo la tengo, Jarvis Cocker, l'ex Grandaddy Jason Lytle, Bloc Party, Trowing Muses, Damien Jurado, Andrew Bird, ecc ecc ecc. Eppure, l'attesa era tutta per il vecchio rocker, che suonava il sabato, il giorno clou.

Il sottoscritto, per diversi motivi, ha deciso di comprare il biglietto all'ultimo momento, stavolta solo per il sabato. Mi sono mangiato le mani, ovviamente, per essermi perso tanto ben di dio. Ma tant'e'. Ho sganciato 75 euretti e via.

Bueno, arrivo verso le 6 e dopo il giretto di ambientamento sono andato allo scenario Pitchfork (soooo indie!!!) per vedermi un poco degli Shearwater, che ricordavo per la colonna sonora di un bel film indipendente americano, In Search of a midnight kiss...bravini, anche se pensavo assomigliassero di più agli Okkervil River, vista la presenza dell'ex tastierista. Son andato via prima che finissero il loro act a fare la fila per i ticket delle birre (sempre piu' care, by the way) e subito mi son fiondato al palco estrella damm a vedermi i riformati Jayhawks. Louris e Olson di nuovo assieme! A dire il vero ho stentato a riconoscere Mark Olson. Invecchiato malissimo. Ha 46 anni, mi pare, ma ne dimostra almeno dieci di piu'. Mi sa che non si e' ancora ripreso dal divorzio con Victoria Williams. Mentre invece Gary Louris e' sempre uguale a 13 anni fa. Ma uguale uguale, eh. Che bravi erano i Jayhawks. Con la loro americana che piu' americana non si puo',  arricchita dall'impasto meraviglioso delle due voci, con le chitarre acustiche ed elettiche a disegnare il loro alt country di altissimo livello. A dire il vero il concerto ha stentato a decollare, ma piano piano i due si sono sciolti, deliziando il pubblico  con le varie Miss Williams Guitar, Blue, I'd run away, Bad time. Bravi.

Dopo i Jayhawks, in compagnia del mio mezzo litro di Estrella, mi sono subito  avvicinato al palco e mi sono "accampato", malgrado mancasse ancora piu' di un'ora all'inizio di Neil Young. E ho fatto bene: pieno all'inverosimile. In tre anni al Primavera non ricordo un concerto cosi affollato. Che mi son goduto a una decina di metri dal palco. E per una volta circondato da parecchi sessantenni venuti apposta per vedere il vecchio hippie di Toronto. Scenografia molto oldie, come e' giusto che fosse. Strumenti che piu'classici non si puo', compreso un organo a canne. E due, tre chitarre per Neil. Che inizia, picchiando forte sulla sua Les Paul nera, con Mansion on the Hill e soprattutto con Hey Hey my my. Con il feedback assassino, con i cori e la gente letteralmente impazzita. Young ha scritto cosi tanti classici che potrebbe suonare, senza fermarsi, per un giorno intero. Stavolta ha suonato per quasi due ore, con una energia straordinaria, offrendo un concerto davvero superbo. Anche se inizialmente erano previste due ore e mezza. Vabbè, magari ci siamo risparmiati il consueto assolo di venti minuti. E pazienza se non ha suonato Helpless. O See the sky about to rain. O Like an hurricane.  Se lo puo' permettere, Neil. Come si puo' permettere una splendida A day in the life dei Beatles in chiusura. Rock and roll will never die.

Dopo tanta intensita' c'era bisogno di un poco di relax. Anche per la mia povera  schiena che ormai lancia segnali inequivocabili sulla mia capacita' di resistenza durante appuntamenti del genere. Mah. Comunque, altra birra, ad accompagnare un panino,  e poi un giretto tra palchi prima dei Sonic Youth.

Mi sono soffermato a vedere i DeerHunter, al Rockdeluxe. Bel gruppo, davvero. Il  tipico gruppo giovane e indie da Primavera Sound. Melodie, chitarre sature, batteria tirata, un pizzico di elettronica, un po' di ambient miscelata a muri di feedback. Forse un po' derivativi (ma chi nn lo è, ormai?). Pero bravi.

Senza finire con i Deerhunter (che hanno raggruppato davvero un sacco di gente) mi sono ri-avviato verso il palco Estrella Damm per i Sonic Youth. A dire il vero gia' visti due anni fa, quando suonarono interamente Daydream Nation. Ma come si fa a perdersi i Sonic Youth, avendone l'occasione? Infatti i newyorkesi non deludono neppure stavolta. Devastanti. E ancora oggi, avanti anni luce. Uno più bravo dell'altro. Dalla fascinosa Kim a Thurston, dal nuovo bassista (due bassi.. questi son matti), che se non sbaglio era il bassista dei Pavement, all'inimitabile Ranaldo. Sino al monumentale Steve Shelley dietro i tamburi. Ecco, Shelley e' qualcosa di innaturale. Davvero. Una mitragliatrice. Son rimasto per l'ennesima volta a bocca aperta. Fondamentale nel sound dei Sonic. Un sound, anche questo, soooo ninetees, che mi ha riportato indietro ai miei 24/25 anni.

Gli anni 90, pensandoci ora, sono stati davvero anni belli per la  musica rock. Magari lo dico per avergli vissuti da ventenne, quando tutto ti sembra nuovo, ribelle, entusiasmante, quando vuoi prendere la vita a schiaffi. E una chitarra elettrica distorta ti dice piu' cose di chiunque. Magari e' per quello. Perche' poi si cambia. Inizi a sentirgli te, gli schiaffi che ti da la vita. Fortissimi. Vabbè. Era gran musica, altroche'.

En fin, dopo i Sonic Youth, con la schiena a pezzi manco fossi stato preso a colpi di bacchette da Steve Shelley, mi arrendo e invece di prendere un'altra birra preferisco una coca cola, prima di andare a casa, rinunciando ai Black Lips. Alle 4 comunque, eh. Tra una cosa e  l'altra, 8 ore in piedi, torturandomi la schiena.

Eh, si invecchia.

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lunedì, 23 febbraio 2009, ore 23/02/2009 21:44

Eh eh, oggi su Spinoza hanno messo una mia battuta che avevo lasciato nei loro commenti. E' quella su Gasparri e Nethanyau che trovate nel post sotto. Lo so, fare battute su Gasparri è troppo facile, è come sparare sulla Croce Rossa nella Striscia di Gaza.

Comunque, son soddisfazioni. Non ero così orgoglioso dal mio primo giorno di scuola, durante il primo governo Giolitti

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