Eh si, stavolta ad Ottobre si parte davvero. Io e uno dei miei amici piu’ cari, in direzione Usa. New York, i parchi del sudovest, la California, San Francisco. L’America. Chi mi conosce sa bene quante volte ne ho parlato. Quante volte ho detto che l’avrei fatto. Here i am. Non sto nella pelle, davvero.
Bene, il sottoscritto decide di andarsene in giro in America per un paio di settimane buone, decide di fare il viaggio, insomma, e il solito Andrea Scanzi scrive questo bellissimo articolo. Vabbe, è morta la Pivano, oh. E’ morta colei che il viaggio per eccellenza l’ha portato in Italia. La Pivano ha tradotto la strada. Letteralmente. E Scanzi non poteva non celebrarla da par suo, con un pezzo che si riallaccia alla classifica delle piu’ belle strade del mondo secondo il National Geographic (classifica opinabilissima, ovviamente. Come tutte le classifiche). Un pezzo che non puo’ non citare la Pivano, Kerouac, Springsteen. La strada. L’America, alla fine. Perche’ l’America è la strada. E’ il muoversi continuamente. E il viaggio è tutto, lo sappiamo.
Prima di partire ho in previsione il re-watching di vari film, come Into the wild, Fandango, Thelma and Louise, Easy Rider, Verso il sole, A straight story e altri. Leggero’, mi documentero’. Già mi sto divorando il sommo Dave Eggers. Non credo però di arrivare a rileggermi Kerouac. Per me resta legato ad un periodo particolare della mia vita ed e’ uno dei libri che mi piu’ mi costa riprendere dallo scaffale. Quel libro va letto a 20-25 anni. Se lo rileggi dopo lo fai con un’altra coscienza, un altro spirito. Non sono ancora pronto. Ma sicuramente mi rileggero’ un libro di Cesare Fiumi, La strada e’ di tutti, che lessi una decina di anni fa. Un libro stupendo, dove il giornalista del Corriere racconta il suo viaggio fatto nel 1997, a 40 anni, su una Thunderbird verde noleggiata. Un viaggio sulle tracce di Kerouac, ma anche di Cormac McCarthy, accompagnato da una vecchia carta stradale, da qualche cassetta con la musica giusta, ma soprattutto da un’idea. Un’idea di viaggio che ha parecchi punti in contatto con la mia. Con le dovute differenze e proporzioni, ovviamente. Dato il poco tempo, alla fine il mio trip durera’ 15 giorni. Prima NYC, poi aereo per Las Vegas e da laggiu’ on the road in auto verso i grandi parchi del sudovest, verso la California, passando da Zabriskie Point, ovviamente. E altrettanto ovviamente arrivando a San Francisco. Sto gia’ pensando e ripensando alla compilation che devo prepararmi, che dovra’ essere perfetta. Perche’il viaggio dei sogni, quello che progetti da quando eri bambino, non puo’ che accompagnarlo una colonna sonora da sogno.
L’America. L’Est. New York, che e’ la città per eccellenza. Quella dove tutti abbiamo in qualche modo vissuto. Le canzoni di Lou Reed, Bruce Willis a manetta in taxi dentro Central Park, lo skyline contemplato da Monty Brogan con il suo cane, Carlito Brigante che muore sulle note di You’re so beautiful, Woody Allen e Diane Keaton a passeggiare nel Village. Poi l’Ovest. San Francisco. Dove Jack e Neal arrivano dopo il loro primo viaggio. La Big Sur verso Monterey. La Summer of Love. La City lights. Dustin Hoffman che scappa con la sua Alfa Romeo. Jello Biafra. E in mezzo alle due citta’, il viaggio, il sudovest, la Monument Valley, il Gran Canyon, La Death Valley, i boschi della Sierra Nevada, i giochi di luce di Antelope Canyon. E la Route 66, ovviamente. La Strada. La Mia America. Il viaggio verso qualcosa che ti appartiene, pur non avendolo vissuto. Perchè, come dice Fiumi, niente e’ piu struggente di quello che non si e’ vissuto. E lo voglio vivere, almeno per poco, quello che non ho vissuto.
Muoversi, sempre. Ora a volte mi spaventa. Sono appena tornato a Barcellona dalla Sardegna e sempre di piu’ mi sembra di vivere una vita provvisoria. Eppure anche laggiù, dove sono le mie radici, nella mia Macondo, ho sempre forte il sentore della provvisorietà. La precarietà dell’anima. E’ eccitante vivere in uno stato di perenne attesa, di continua eccitazione, appunto. Ma stanca. Pur non potendone fare a meno. Perchè da certe cose non si scappa: vagabondi come noi sono nati per correre. Vagabondi dello spirito. Ché hai sempre bisogno di andare su e giu’ lungo la Route 66 dell’anima. Che non porta da nessuna parte, magari. Eppure bisogna andare.
E ora si va, davvero. A sentire letterelmente la polvere. A chiedere, alla polvere. Come detto, il poco tempo non mi permette di fare quello che ha fatto Fiumi. Sicuramente prenderemo parecchie autostrade, non tutte le strade secondarie e impolverate che ha fatto lui. Sicuramente non ci butteremo di sotto a Canyonlands, come Thelma and Louise. E non faremo 500 miglia in 5 ore come Neil Cassidy. Non faremo in canoa le rapide del Colorado come Chris McCandless. Non vedremo arrivare Henry Fonda al rallentatore con la Monument Valley sullo sfondo. Forse non seppelliremo una bottiglia di vino nel deserto. Magari saremo piu’ springsteeniani, e la strada, il viaggio, saranno un modo di evadere da una realta’ che forse e’ piu’ normale e mediocre di quello che pensiamo. Un sogno insomma. Lasciateci almeno questo. Uno spicchio di sole, un raggio di luce, la possibilità di sentire il vento nei capelli prima di arrenderci. In modo da non rimpiangere, in modo da provarci. O almeno, in modo da avere qualche rimpianto in meno. No, non ci arrenderemo.
No retreat baby, no surrender.
Dimenticavo: la prefazione del libro di Fiumi la scrisse Fernanda Pivano. Il cerchio si chiude. (Quasi) Sempre.
- Durante la recente permanenza macondiana ho beccato in pieno il G8. Ovviamente ne avevo letto i resoconti su Corriere e Repubblica, eppure la cosa che mi ha fatto maggiormente impressione e’ stata la conferenza stampa finale del nostro premier, trasmessa in diretta (!!!) durante il tg5 dell’ora di pranzo. A memoria, non ricordo sia mai successo. Ho avuto la sgradevole impressione di trovarmi in Corea del Nord, oppure a Cuba. Con le dovute proporzioni, ovvio. Non sono mica Di Pietro.
E’ inutile, non posso non sorprendermi ogni volta che torno in Italia per come siamo messi male a livello di informazione. E la risposta spiritosa di Berlusconi alla “domanda” di un giornalista ha confermato per l’ennesima volta che l’umorismo del nostro premier sta una tacca sotto le barzellette del Cucciolone.
- Anche quest’anno si e’ tenuto a Gavoi (brrr, vade retro…) il festival letterario Isola delle Storie. Stupendo, come gli altri anni. E dimostra che se si hanno idee si puo’ inventare un appuntamento diverso anche in Barbagia. Non si puo’ andare avanti sono con Cortes Apertas e balli sardi. Tutto questo malgrado i problemi di finanziamento avuti quest’anno e malgrado il fatto che tutto si svolga a Gavoi. Dai che scherzo. Il sottoscritto ci e’ andato solo una sera, a vedere un dibattito con Alessandro Baricco. A dire il vero non ho ancora letto nulla di Baricco (articoli a parte), pur avendone qualche libro a casa. Mi ha fatto una buona impressione il suo essere non banale, il suo non essere un pollo di allevamento, la sua posizione non snobista sul rapporto tra cultura alta e cultura bassa. E poi ho una ideuzza sulla sua scuola Holden che mi frulla in testa da un bel po’. A ver.
- Per vari motivi ho avuto l’ennesima conferma che senza auto in Sardegna sei un mezzo uomo. Sono andato in spiaggia solo un giorno, infatti. Comunque, la Sardegna e’ un paradiso. Non c’e’ Costa Brava che tenga se vai nell’inflazionatissima San Teodoro, come ogni estate, per buttarti nella affollatissima Cinta e e finisci a meravigliarti una volta di piu’ di un mare che e’ una enorme piscina, di una limpidezza sempre abbacinante. I colori e i profumi della mia terra esplodono, davvero. Anche il cielo e’ diverso. Dico sul serio. Forse solo un sardo lo puo’ capire.
- Visto che sono rimasto parecchio nel paesello, ho avuto il tempo di proseguire con il rewatching di Lost. Inutile, anche la re-visione lascia a bocca aperta. E le prime 8 puntate della seconda serie sfiorano la perfezione. Impressionanti. No way: Lost e’ lo stato dell’arte della serialità tv e traccia un confine tra un prima e un dopo. Epocale
- Epocale come la morte di Micheal Jackson e il suo funerale. Costato milioni di dollari, pagati per metà dalla California. Il chè spiega molte cose, sullo stato delle finanze californiane.
Non se ne puo’ piu’, davvero. Un grandissimo, ovviamente. Ci mancherebbe, non si puo’ negare. Nel suo genere, pero’. A chi decanta la sua influenza sulla musica odierna, ricordo solo che questa si estende al massimo al moderno r'n'b che il sottoscritto trova davvero insulso. Wow, hai influenzato Justin Timberlake! Dai, la musica nera (quella che lui faceva agli inizi) e’ Aretha, Marvin Gaye, Sam Cooke, Ray Charles, anche Prince. Ma non Jackson. Che ha azzeccato qualche pezzo (per me Billy Jean e Beat it, con eddie van halen alla chitarra, rimasugli del mio periodo metallaro), che ha scritto alcune canzoni riempipista davvero irresistibili, che aveva un grande talento da ballerino-coreografo. Pero’ niente di trascendentale. Sia chiaro, il talento non gli mancava. Non era mica Madonna, che senza la musica sarebbe diventata Ceo di Microsoft. Eppure, ho sempre pensato fosse sopravvalutato. Il re del Pop. Si certo. Piu’ dei Beatles. Certo. Vabbè, de gustibus. Ma un po’ di misura, ecchecazzo. Per non parlare del fatto che non se lo cagava praticamente nessuno da anni, mentre ora con la morte, ovviamente, è diventato il piu’ grande di sempre. Mah. E poi, Jacko, lo odio proprio. Basta con i diminutivi-nomignoli. Basta
- A proposito di gruppi che hanno avuto un briciolo di influenza, in questo caso su tutto l’indie rock post 90s, pare che i Pixies siano tornati assieme per celebrare il ventennale della pietra miliare Doolittle, con una tournee europea ad ottobre. E per l’ennesima volta, pur essendo disposto ad andare a Londra, Glasgow, Dublino per vederli, me li perdero, molto probabilmente. Cose mie. Speriamo, almeno.
- Sempre parlando di grandi gruppi, e’ uscito il nuovo album dei Wilco. Che e’ sempre il nuovo album di quella che forse e’ oggi la migliore band americana in circolazione. De gustibus anche qui, ovviamente. Io con Jeff Tweedy e soci vado però sul sicuro. Ed infatti l'album è splendido, davvero. Forse non ai livelli di Yankee hotel foxtrot, magari. Ma sicuramente una collezione di canzoni bellissime di un gruppo che ormai può essere annoverato tra i classici del rock
- Speriamo di sentirli, sia i Pixies che i Wilco, e magari pure i Creedence, nella nuova web radio ollolaese Radio Irrita. Si trasmette ancora saltuariamente. Eppure ci si diverte, si cazzeggia, si discute. Pur con i tempi radio che sono quello che sono, ma chissenefrega, siamo per il Do it yourself, no? E si sente ottima musica, ovviamente. Fateci un salto, ogni tanto
Molina. Lodi. Hey tonight. Bad moon rising. Midnight special. Long as i can see the light. Traveling band.
Sono alcuni degli straordinari inni dei Creedence Clearwater Revival. E sono i pezzi che ieri John Fogerty si e’ permesso di non suonare, durante il suo concerto al San Jordi Club. Non esiste alcun songwriter al mondo che abbia scritto talmente tanti classici del rock 'n roll, diventati ormai degli standard, che si possa permettere di non suonare pezzi simili in un concerto di quasi due ore. Impressionante.
Impressionante come tutto il concerto di questo 64enne californiano che ancora oggi e’ una vera e propria bomba rock and roll. Concerto che parte con un uno-due da k.o, sparando una Up around the bend il cui riff andrebbe insegnato a scuola e una Green river da antologia. Devastante. E al quarto pezzo imbraccia l’acustica per piazzarti in faccia niente meno che Who’ll stop the rain. Dico sul serio, mi si sono inumiditi gli occhi e ho avuto i brividi. Letteralmente. No, cioe’: Who’ll stop the rain, suonata da Fogerty a 5 metri dal sottoscritto. Non ho parole. Si vive anche per momenti come questi. E fanculo a chi dice che le cose importanti della vita sono altre.
John ha poi snocciolato le sue perle durante la restante ora e mezza, con la sua meravigliosa voce di cartavetra e i suoi riff fenomenali. Che chitarrista. Che cantante. Che compositore. Vedere da cosi vicino Lui che canta splendidamente Lookin out my back door (e io che mi ritrovo a mimare Dude Lebowski che picchia il pugno sulla cappotta della sua auto-rottame), Run to the Jungle (e io che penso a Walter che si butta dall’auto in corsa dopo aver lanciato la borsa con le mutande), Have you ever seen the rain (classico immortale che conoscono persino su Marte), I heard you to the grapevine (una delle canzoni piu’ sexy ever), Rockin all over the world (la quintessenza del cosiddetto rock da stadio), Born on the bayou (un bluesaccio da antologia scritto da un californiano che il Bayou lo visito’ solo da turista) e tanti altri classici, beh, non ha prezzo. Vabbe: diciamo che sono stati 58 euro spesi meravigliosamente.
Ovviamente aspettavo il gran finale. Poteva mancare la rabbia e la potenza di Fortunate son? No, non poteva. Una cavalcata elettrica di tre minuti violentissima, devastante, definitiva. Fortunate son e’ l’abc del rock. E’ un punto di partenza. Oppure di arrivo. Dentro c’e’ tutto. L’inizio in 4/4 col basso pulsante e la batteria a pestare duro. Il riff distorto della Fender di Fogerty, che e’ qualcosa di miracoloso. La voce, che urla rabbiosamente questo inno proletario contro la guerra in Vietnam che e’ diventato un classico senza tempo da mandare ininterrottamente in loop in tempi di guerre umanitarie e non. Da paura.
Ma con cosa va a chiudere il vecchio John? Cosa manca ad un repertorio simile? Incredibile, mi ero dimenticato di Proud Mary. Ripeto, ha scritto talmente tanti classici che non mi ero accorto che non aveva ancora suonato Proud Mary. E il pubblico a cantare in coro “Rollin’, rollin', rollin’ on the river”.
It’s only rock and roll. But I like it