venerdì, 30 ottobre 2009, ore 30/10/2009 22:34

Dopo quasi un mese dalla visione provo a buttare giu’ qualche riflessione su Inglorious Basterds.inglourious-basterds  Sì, fosse facile. Come tutti i film di Tarantino, anche questo ha bisogno assoluto di almeno un’altra visione. Poi, c'è che sono partito per gli Usa qualche giorno dopo e tutto ho avuto tranne tempo di rimuginarci sopra. Tra l'altro, tutto quello che c’era da dire è stato detto da Leonardo e da  Kekkoz. Comunque, proviamoci.

La prima cosa che mi viene in mente e’ che non esiste assolutamente nessun cinema alla Tarantino. Provate a pensarci. Tutti film diversissimi tra loro. Il rapina a mano armata degli anni Novanta che era Reservoir Dogs. Quella specie di fumettone, bastardo ibrido tra noir, fumetto e commedia, che era Pulp Fiction. Il noir blaxploitation di Jackie Brown. Il Katana western, mix tra manga, hong kong movie e Sergio Leone, di Kill Bill. E ora Inglorious Bastards. Che e’…mmm…boh.

Ho il sospetto che il film preferito di Tarantino sia C’era una volta il West. Cioè il film-elegia di Leone al western classico fordiano. L’incontro tra due poetiche. E lo vediamo proprio nella prima magistrale sequenza di Inglorious Basterds. La scena dell’arrivo dei nazisti nella baita della campagna francese non è come  l’arrivo di Henry Fonda e scagnozzi che precede  il massacro della famiglia McBain? E la scena della porta aperta sulla campagna, dove scappa in campo lungo  Shoshanna, non e’ come Ethan che apre la porta in Sentieri Selvaggi? Ovvio, direste, Tarantino e’ citazionismo puro. Vero. Ma cos’ha di tanto moderno allora? Perchè fa tanto cool dire che piacciono i film di un regista che guarda ostentatamente al passato?

Cita i classici, Tarantino. E li cita alla grande, ovviamente. I duelli di sguardi e di primissimi piani, i dettagli, come la sequenza al ristorante della panna sulla torta, sono cinema puro. Si torna a Leone e ai suoi showdown preceduti da sguardi infiniti e primissimi piani sugli occhi. Si torna all’interminabile attesa di tre killers alla stazione del treno, da accostare alla lentissima accensione della pipa da parte di un ufficiale nazista che passa con disinvoltura dal francese all’inglese, dal tedesco all’italiano.

E la violenza? Tarantino non è sinonimo di violenza? Com’è la violenza in questo film? E' come quella manga-parossistica di Kill Bill? No, no, qui la violenza è, come dire, antispettacolare. Come definirla altrimenti? Scene durissime, al limite dell'insostenibilità (col gusto però del  pubblico odierno abituato allo splatter), precedute da attese snervanti, altrettanto insostenibili. Perchè, come in Leone, non si muore solo in campo lungo. E una pallottola (o una raffica di pallottole) devasta il viso, altrochè. Cosi’ come una mazza da baseball in testa.

shosannaE i dialoghi? Se c'è una cosa che davvero è marca della casa sono i dialoghi infiniti dei personaggi tarantiniani. Vero e proprio marchio di fabbrica. E pure qui i dialoghi sono lunghissimi, torrenziali, spesso geniali.  Incastonati alla perfezione in un film che gioca tutto sulle differenti lingue parlate dai protagonisti, da vedere pertanto assolutamente in originale. Molti diranno che rallentano il film, questi dialoghi interminabili. Sti cazzi. Quelli di Tarantino sono film parlati. Tutti.

E poi la cinefilia del regista, altro marchio di fabbrica. Gli omaggi dentro Inglorious Basterds sono innumerevoli. Si passa dai segni nel collo dell’apache Aldo Raine, come Eastwood in Impiccalo più in alto, agli improbabili falsi nomi da italiano di Raine e dei suoi dentro il cinema, che omaggiano i film italiani di serie B tanto amati dal regista americano. E non continuo, ché mi ci vorrebbero ore. Il film stesso altro non è che un perfetto mix tra guerra, fantastoria, spy story e molta commedia, visto che si ride parecchio, come sempre in una pellicola tarantiniana.

Lo dico? Inglorious Basterds è un film meraviglioso. Godimento allo stato puro. Con attori tutti bravissimi, iniziando dall’apache Brad Pitt, che sembra il fratello sadico del tontolone impersonato in Burn after reading, sino all’ufficiale nazista, interpretato in modo impressionante dall’austriaco Christoper Waltz, che entra di diritto nella storia dei cattivi del cinema. Sulla colonna sonora poi, altra marca della casa, c’è poco da dire. Credo che come assemblatore di soundtrack Tarantino sia inferiore solo a Cameron Crowe. Anzi, ho cambiato idea: è pure meglio. Un genio. La scena della sala di proiezione con la sparatoria tra Shoshanna e il cecchino-attore nazista, interpretato dal bravissimo tedesco-catalano Daniel Brühl, con sottofondo “Un amico” di Ennio Morricone, è vicina alla perfezione. Vedere per credere.

Tarantino adora il cinema.  Questo film e tutti gli altri del regista sono prima di tutto, banalmente, un atto d’amore verso il cinema. Verso un cinema classico e antico, altro che moderno. Un autore onnivoro che cita cinema classico persino nel nome della sua casa di produzione. Un cinema riportato al suo primordiale significato di evasione, di sogno. Un cinema che riscrive la storia.  Un cinema come unica possibilità di giustizia, come unico modo di vedere i buoni trionfare sul male. E persino una ragazza appena morta diventa immortale nel grande schermo mentre annuncia, letteralmente fiammeggiante, la vendetta degli ebrei all’esterrefatto stato maggiore nazista.

Sì, Inglorious basterds è puro cinema. Capolavoro? A sentire Aldo Raine sembrerebbe di si

Permalink ¦ commenti (5)¦ commenti (5)(popup)
categoria : cinemi, americanos

giovedì, 29 ottobre 2009, ore 29/10/2009 20:10

Ero indeciso se scrivere o no questo post. Innanzi tutti perchè ci avevo già scritto in anticipo e soprendentemente è davvero andato quasi tutto come pensavo e sognavo. Ma soprattutto, perchè su certe cose ci si può ricamare, ci si può filosofeggiare, magari andando involontariamente a toccare la poesia, Certo. Eppure, come si possono descrivere a parole certe sensazioni, certi momenti, certa immensità in cui ci si è ritrovati immersi per qualche giorno? Qualche giorno. Briciole, nella vita di un uomo. Millesimi di granelli di sabbia nella storia del Gran Canyon.

Momenti, appunto. In questo viaggio ho vissuto dei momenti speciali che è impossibile descrivere davvero. Impossibile. Che poi, ti rendi conti di essere un privilegiato. Il vivere alcuni attimi nel tuo immaginario, il realizzare uno dei sogni che ti restano attaccati da quando eri un bambino, beh, non è cosa da tutti. Ed è meglio viverlo solo per qualche momento, il tuo immaginario. Perchè deve restare, appunto, immaginario. De Andrè avresti voluto conoscerlo, certo. Ma solo per chiaccherarci qualche ora. Non avresti voluto esserci amico. Lasciateci almeno qualche angolo che non sia occupato dalla realtà, per favore.

Il tuo immaginario. Ti ci butti per un pò, resti meravigliato, forse ancora non realizzi bene quello che hai fatto durante queste briciole di vita. Poi torni alla vita quotidiana, alle solite cose, che probabilmente sono più mediocri di quello che pensi. Ma ti porterai dentro per tutta la vita quelle sensazioni, quei brividi, quei momenti, Quell'immaginario che hai avuto il privilegio di sfiorare. E hai paura che i ricordi svaniscano, col tempo. Ma chi se ne frega, li hai vissuti, quei ricordi. E sempre ti rimarrà, questo sì indelebile, il ricordo di averli vissuti.

Ci provo comunque, con nomi-pensieri-ricordi random di un'avventura indimenticabile.

New York che è davvero uno state of mind, il MoMa, i due deficienti italiani dietro l'Apple Store che ci chiedevano quale fosse la via principale-corso di NY. La Metro dei Warriors, lo skyline, il Village e il Lower East Side sulla Bowery, Antonello che si appoggia ad un auto e il buttafuori che gli fa "You can't be serious, man!", il bar karaoke di canzoni heavy metal truzze, l'ex CBGB, downtown e quel buco enorme tra i grattacieli, le scale antincendio fuori dalle case, la Times Square di Strange Days, le luci livide dei fari e dei semafori che si riflettevano nelle strade mentre diluviava ché ti sembrava di vivere dentro una canzone di Lou Reed. La Brooklin hipster di Williamsburg dove vive Luca, l'ollolaese più hipster ever, il train che passa fuori per il Manhattan Bridge, i pankakes e le slices of pizza.

Le 2250 miglia sciroppate in una settimana a bordo di una Kia Optima che fa comunque on the road, i cd a palla per tutto il viaggio, l'emozione di entrare nei grandi parchi, i rettilinei infiniti prima della Death Valley, il tramonto a Bryce Canyon, il brivido di immensità provato al Delicate Arch e al Gran Canyon, i motel per strada a 65 dollari a notte, il motelaccio a Flagstaff sulla 66, Escalante, Boulder, Moab, Page, Kingman, Lone Pine, Oakdale. Il Dead Horse Point, l'ingresso nella Monument Valley con Morricone a palla, il giro nello sterrato della Monument al tramonto, praticamente da soli, il cane che abbiamo trovato al John Ford Point, il buco nello stomaco provato seduto da solo ad ossservare le three sisters al tramonto. Le draft di birra nei saloon di cittadine sperdute, le chiaccherate con un vecchio amico che vedi poco, i  silenzi con un amico che vedi poco,
i tormentoni ollolaesi gridati ai quattro venti, il caffè a Bluff, 4 case in mezzo al nulla, il nulla immenso della soffocante Death Valley, lo stupendo e psichedelico tramonto a Zabriskie Point, con i colori più allucinanti mai visti nel cielo, il passaggio in 12 ore dai 38 gradi della Death Valley alla neve sui 3000 e passa metri di Tioga Pass, le cascate e i laghetti di Yosemite, i colori delle foglie e l'immensità degli alberi.

"We don't speak starbucks" scritto sulla cassa del bar di una fricchettona a Kingman, dove ho preso il miglior espresso degli Usa, Frisco esclusa, If you're going to San Francisco ascoltata mille volte, l'arrivo nella Bay Area, guidare la macchina nelle salite di Frisco, il gruppo cover col cantante che era un mix tra JMascis e David Crosby, "eia, melchiò!" scritto nel bagno del bar, la solennità della City Lights e il pensiero che andava a Kerouac, Ginsberg e Ferlinghetti, Haight e la Summer of love, la clam chowder a Fisherman's Warf, il cable car che risale e scende sino a Fisherman's, il cartello dell'homeless con scritto "Why lie, it's for a beer", la bartender che vede la mia maglietta del CBGB e ne fa un'apologia, la gentilezza e disponibilità di chiunque, l'ombra formata dal Golden Gate al tramonto, l'Oceano Pacifico, l'homeless che rispondeva cantando alle domande su dove potevamo trovare un bar aperto, don't you want somebody to love.

Bello

Permalink ¦ commenti (6)¦ commenti (6)(popup)
categoria : viaggi, personaggi, letture, arte, cinemi, music is my radio, my own private life, americanos

venerdì, 21 agosto 2009, ore 21/08/2009 18:58

Eh si, stavolta ad Ottobre si parte davvero. Io e uno dei miei amici piu’ cari, in direzione Usa. New York, i parchi del sudovest, la California, San Francisco. L’America. Chi mi conosce sa bene quante volte ne ho parlato. Quante volte ho detto che l’avrei fatto. Here i am. Non sto nella pelle, davvero.

 

Bene, il sottoscritto decide di andarsene in giro in America per un paio di settimane buone, decide di fare il viaggio, insomma, e il solito Andrea Scanzi scrive questo bellissimo articolo. Vabbe, è morta la Pivano, oh. E’ morta colei che il viaggio per eccellenza l’ha portato in Italia. La Pivano ha tradotto la strada. Letteralmente. E Scanzi non poteva non celebrarla da par suo, con un pezzo che si riallaccia alla classifica delle piu’ belle strade del mondo secondo il National Geographic (classifica opinabilissima, ovviamente. Come tutte le classifiche). Un pezzo che non puo’ non citare la Pivano, Kerouac, Springsteen. La strada. L’America, alla fine. Perche’ l’America è la strada. E’ il muoversi continuamente. E il viaggio è tutto, lo sappiamo.

 

Prima di partire ho in previsione il re-watching di vari film, come Into the wild, Fandango, Thelma and Louise, Easy Rider, Verso il sole, A straight story e altri. Leggero’, mi documentero’. Già mi sto divorando il sommo Dave Eggers. Non credo  però di arrivare a rileggermi Kerouac. Per me resta legato ad un periodo particolare della mia vita ed e’ uno dei libri che mi piu’ mi costa riprendere dallo scaffale. Quel libro va letto a 20-25 anni. Se lo rileggi dopo lo fai con un’altra coscienza, un altro spirito. Non sono ancora pronto. Ma sicuramente mi rileggero’ un libro di Cesare Fiumi, La strada e’ di tutti, che lessi una decina di anni fa. Un libro stupendo, dove il giornalista del Corriere racconta il suo viaggio fatto nel 1997, a 40 anni, su una Thunderbird verde noleggiata. Un viaggio sulle tracce di Kerouac, ma anche di Cormac McCarthy, accompagnato da una vecchia carta stradale, da qualche cassetta con la musica giusta, ma soprattutto da un’idea. Un’idea di viaggio che ha parecchi punti in contatto con la mia. Con le dovute differenze e proporzioni, ovviamente. Dato il poco tempo, alla fine il mio trip durera’ 15 giorni. Prima  NYC, poi aereo per Las Vegas e da laggiu’ on the road in auto verso i grandi parchi del sudovest, verso la California, passando da Zabriskie Point, ovviamente. E altrettanto ovviamente arrivando a San Francisco. Sto gia’ pensando e ripensando alla compilation che devo prepararmi, che dovra’ essere perfetta. Perche’il viaggio dei sogni, quello che progetti da quando eri bambino, non puo’ che accompagnarlo una colonna sonora da sogno.


L’America. L’Est. New York, che e’ la città per eccellenza. Quella dove tutti abbiamo in qualche modo vissuto. Le canzoni di Lou Reed, Bruce Willis a manetta in taxi dentro Central Park, lo skyline contemplato da Monty Brogan con il suo cane, Carlito Brigante che muore sulle note di You’re so beautiful, Woody Allen e Diane Keaton a passeggiare nel Village. Poi l’Ovest. San Francisco. Dove Jack e Neal arrivano dopo il loro primo viaggio. La Big Sur verso Monterey. La Summer of Love. La City lights. Dustin Hoffman che scappa con la sua Alfa Romeo. Jello Biafra. E in mezzo alle due citta’, il viaggio, il sudovest, la Monument Valley, il Gran Canyon, La Death Valley, i boschi della Sierra Nevada, i giochi di luce di Antelope Canyon. E la Route 66, ovviamente. La Strada. La Mia America. Il viaggio verso qualcosa che ti appartiene, pur non avendolo vissuto. Perchè, come dice Fiumi, niente e’ piu struggente di quello che non si e’ vissuto. E lo voglio vivere, almeno per poco, quello che non ho vissuto.


Muoversi, sempre. Ora a volte mi spaventa. Sono appena tornato a Barcellona dalla Sardegna e sempre di piu’ mi sembra di vivere una vita provvisoria. Eppure anche laggiù, dove sono le mie radici, nella mia Macondo, ho sempre forte  il sentore della provvisorietà. La precarietà dell’anima. E’ eccitante vivere in uno stato di perenne attesa, di continua eccitazione, appunto. Ma stanca. Pur non potendone fare a meno. Perchè da certe cose non si scappa: vagabondi come noi sono nati per correre. Vagabondi dello spirito. Ché hai sempre bisogno di andare su e giu’ lungo la Route 66 dell’anima. Che non porta da nessuna parte, magari. Eppure bisogna andare.

 

E ora si va, davvero. A sentire letterelmente la polvere. A chiedere, alla polvere. Come detto, il poco tempo non mi permette di fare quello che ha fatto Fiumi. Sicuramente prenderemo parecchie autostrade, non tutte le strade secondarie e impolverate che ha fatto lui. Sicuramente non ci butteremo di sotto a Canyonlands, come Thelma and Louise. E non faremo 500 miglia in 5 ore come Neil Cassidy. Non faremo in canoa le rapide del Colorado come Chris McCandless. Non vedremo arrivare Henry Fonda al rallentatore con la Monument Valley sullo sfondo. Forse non seppelliremo una bottiglia di vino nel deserto. Magari saremo piu’ springsteeniani, e la strada, il viaggio, saranno un modo di evadere da una realta’ che forse e’ piu’ normale e mediocre di quello che pensiamo. Un sogno insomma. Lasciateci almeno questo. Uno spicchio di sole, un raggio di luce, la possibilità di sentire il vento nei capelli prima di arrenderci. In modo da non rimpiangere, in modo da provarci. O almeno, in modo da avere qualche rimpianto in meno. No, non ci arrenderemo.


No retreat baby, no surrender.

 

Dimenticavo: la prefazione del libro di Fiumi la scrisse Fernanda Pivano. Il cerchio si chiude. (Quasi) Sempre.

Permalink ¦ commenti (1)¦ commenti (1)(popup)
categoria : viaggi, personaggi, letture, cinemi, music is my radio, my own private life, americanos

martedì, 19 maggio 2009, ore 19/05/2009 22:57

La settimana scorsa è finita la quinta stagione di Lost. E la prossima sarà l'ultima.

Che dire. Ribadisco, come ho detto altrove, che si tratta della miglior serie tv mai fatta, scritta da autentici geni. Che poi, è riduttivo considerarla solo una serie tv, vista la qualità nettamente superiore a gran parte delle pellicole uscite negli ultimi anni.

Un mix di sci-fi, mistero, paura, azione, humour, fantascienza, filosofia, romanticismo che sino ad ora non ha avuto eguali. E alla base di tutto, l'eterno dibattito tra destino e libero arbitrio. Se ti mettono in mano una penna,  sei tu che decidi di scrivere una lettera o è il destino? Sei tu che decidi o meno di prendere un aereo oppure è il destino? Sei tu che decidi di continuare o meno a rubare o è il destino? Sei tu che decidi se prendere o meno un sottomarino? Sei tu che decidi se affondare o meno un pugnale?

Insomma, il perfetto bignami che segna un prima e un dopo nelle serie tv. Mi sa proprio che piano piano mi rivedo tutte le cinque stagioni aspettando il botto finale dell'anno prossimo.

Namasté. And good luck
Permalink ¦ commenti (5)¦ commenti (5)(popup)
categoria : arte, televisione, cinemi, attualità

domenica, 15 marzo 2009, ore 15/03/2009 23:35

Io voglio invecchiare come Clint Eastwood. Dico sul serio. Con quelle profonde rughe che gli solcano il viso con straordinaria dignità, certo. Ché la carne è carne, non plastica. Ci vuole dignità, nell'invecchiare. Nel vivere. Ma soprattutto, a 79 anni vorrei essere una persona come lui. Sicuramente con molti difetti, ci mancherebbe. Siamo uomini, per fortuna. Ma uno che dirige un film come Gran Torino non può non essere una gran bella persona.

Non ci sono più parole per parlare del regista americano. E dei suoi film, autentiche gemme del cinema contemporaneo, e non solo. Raccontando storie in apparenza minori, semplici, parlando delle persone, perchè il suo è appunto un cinema di storie e di persone, riesce a scavare nell'animo umano e a toccare nervi scoperti come pochi altri. Offrendoci delle straordinarie riflessioni, mai banali, su temi universali come la vita, la morte, la vecchiaia, il rapporto padri-figli, il rimpianto, il riscatto, la religione, il razzismo, la violenza, la guerra. Per lasciarci alla fine della visione inebetiti, storditi da tanta umanità desbordante il grande schermo.

Gran Torino è un film meraviglioso. Che sfiora il capolavoro, piazzandosi giusto un pelino sotto Mystic River, Gli spietati e Million dollar baby. E Million dollar baby è forse il film a cui Gran Torino si avvicina di più, come tematiche. Soprattutto relativamente al rapporto padri e figli, ovviamente. E all'incombente senso di morte che pervade ogni singolo fotogramma. Alle scelte etiche e morali. Al sacrificio necessario per poter andare avanti, in questa vita. Per rii-niziare e riscattarsi, in qualche modo.

Se come si dice è pure l'ultima interpretazione di Clint come attore, questa pellicola è davvero la cosa più vicina possibile ad un testamento cinematografico. Un romanzo di formazione che inizia e finisce con un funerale. E tra questi due funerali impariamo a conoscere Walt Kovalski, ex soldato nella guerra di Corea, in pensione dopo una vita da operaio alla Ford di Detroit.

Un uomo misogino, razzista, incattivito col mondo, che non sopporta i suoi figli e i suoi nipoti, nei quali vede la degenerazione dei valori ai quali ha sempre creduto, non senza ragione. Un uomo a cui la guerra ha prosciugato l'anima, perchè "quello che ossessiona di più un uomo è ciò che non gli è stato ordinato di fare". Un uomo fondamentalmente solo, che vive accanto a una famiglia di etnia Hmong che disprezza con tutto il suo apparentemente arido cuore. Un uomo solo con il suo cane, le sue abitudini, le sue birre, i suoi pochi amici e la sua Ford Gran Torino del '72, a cui tiene quasi più che a se stesso. Un'auto che provano a rubargli, episodio che cambierà alla fine la sua vita. Inizia infatti ad avere rapporti con i suoi vicini orientali, con la loro cultura a lui così estranea. Per iniziare a rendersi conto di avere più cose in comune con loro che con la sua famiglia biologica. Diventando una sorta di figura paterna per il sedicenne Thao, sensibile ed insicuro.

L'incontro-scontro tra le due culture offre parecchi momenti molto divertenti, grazie a notevoli dialoghi sboccati e molto politically incorrect. Il che evita per fortuna un messaggio antirazzista troppo laccato e prevedibile. D'improvviso però il film scarta bruscamente e la violenza irrompe spietatamente in un crescendo che porta ad un finale durissimo, commovente e in qualche modo inevitabile, come sempre in Eastwood.

Il regista californiano "mette" dentro questo testamento cinematografico praticamente tutti i personaggi da duro che ha interpretato nella sua carriera. Una carriera che inizia con una pistola , messagli in mano da Sergio Leone, per finire con un semplice accendino, mentre la pistola viene solo mimata con un gesto della mano. Questa è la realtà, non è il villaggio di Ramon con il suo fucile. Dirty Harry è servito.

Eastwood ci regala il solito ritratto desolato dell'America contemporanea. Riflette sui sensi di colpa, sulla vecchiaia, sui rimpianti, sulle conseguenze della guerra, sulla possibilità di riscattarsi in qualche modo, sulle scelte individuali, sugli obblighi della figura paterna, dirigendo-interpretando un personaggio indimenticabile, sospeso tra un passato che non smette di tormentarlo ed un futuro che lo inorridisce. Un uomo razzista e sgradevole, ma a suo modo onesto, con una sua forte moralità laica. Una interpretazione-direzione di una sincerità disarmante che non può non commuovere.

Insomma, Gran Torino è un canto del cigno davvero straordinario. Che chiude il cerchio tra chi recitava con due sole espressioni, con cappello o senza, e chi invece dice tutto solo muovendo impercettibilmene le rughe attorno alla bocca.

Io voglio invecchiare come Clint Eastwood.
Permalink ¦ commenti (8)¦ commenti (8)(popup)
categoria : personaggi, cinemi, americanos

domenica, 10 agosto 2008, ore 10/08/2008 13:57


Oggi, visto che le nuvole non mi permettono di andare a buttarmi un pò in spiaggia, ho ripreso a fare un pò di giretti per blog. E grazie al solito Inkiostro, aka the best blog ever (Luca Castelli permettendo), sono riuscito ad emozionarmi per una foto. Quella che vedete qua sopra. Non credo esista una persona cresciuta negli negli anni Ottanta che non provi un brivido d'affetto rivedendo i Goonies.
Gran sorpresa poi nello scoprire che ho rivisto alcuni degli attori, recentemente, in film mica da ridere. Infatti Sean Astin/Mickey ha interpretato Sam nella triologia del Signore degli anelli, Josh Brolin (il fratello maggiore di Mickey) ha recitato da protagonista, alla grandissima, in Non è un paese per vecchi.

Pare poi che il sequel, ventitrè anni dopo, sia in dirittura d'arrivo. Mah. Speriamo bene
Permalink ¦ commenti ¦ commenti (popup)
categoria : cinemi, attualità, my own private life

giovedì, 24 aprile 2008, ore 24/04/2008 23:44

Poi, Giuda Maccablog chiude gioco, set, partita, con questo post che ci regala un paio di perle tratte da Brian di Nazareth, in inglese, che davvero spiegano le eternamente cervellotiche scelte della sinistra. Lo metto pure in italiano, qua sotto, vah. Comunque, il tutto può essere riassunto con un bel: "Ess' a pallaaaaaaa!!!!"

Permalink ¦ commenti ¦ commenti (popup)
categoria : politica, humour, cinemi, attualità, povera patria

martedì, 15 aprile 2008, ore 15/04/2008 00:17

Uhm. Come si fa a recensire un film come Juno? Non è meglio, a volte, mettere da parte l’armamentario da pseudo-critico cinico e duro che trova difetti in ogni film per lasciarsi prendere dalla visione di questa vera e propria delizia? Sì, sì è meglio.

Juno è delizioso. Parola che ho letto praticamente su tutte le recensioni, delizioso. Ma che rende perfettamente l’idea. Delizioso. Come uno stick di tic tac all’arancio.

Va beh, qualcosa bisogna pur dirla. Non avevo però la minima idea di quale chiave di lettura utilizzare. Poi mi son ricordato che l’altra sera, dopo aver visto il film, ho iniziato a strimpellare la chitarra per gracchiare Anyone else but you, dei Moldy Peaches, che sta nella deliziosa soundtrack. Bene, sono due acccordi: Sol e Do. (Ziru novu?). Che accompagnano una specie di nenia slacker irresistibile. Tu tururu tururu turururu, tu tururu tururu turururuuuutuuu.

Il film è proprio cosi. Una filastrocca. Una favoletta Sundance style ambientata nella suburbia americana che racconta una storia semplice come due accordi alternati. Ma la racconta in modo leggero e un pizzico surreale, non convenzionale, non scontato, fresco, ironico, tenero e cinico allo stesso tempo. Spesso bastano due accordi, per creare una grande canzone.

La straordinaria Ellen Page interpreta una sedicenne, Juno, che ha fatto della lotta alla banalità la sua ragione di vita, come già si intuisce dal suo nome. Resta incinta e decide di dare il coso in adozione. La sua gravidanza va avanti, assieme alla sua vita da liceale americana di provincia, che per fortuna non è laccata come la vita dei liceali, per dire, alla OC. Con un padre genialmente allucinato. Con una matrigna che, per una volta nei film, è una mamma buona. Con i suoi amici, tra cui lo strampalato nerd che l’ha messa incinta, talmente sfigato e allampanato da risultare adorabile. Con la coppia borghese che decide di adottare il coso, con la loro rispettabilità da famiglia normale che è tutta facciata, come si vedrà.

Ripeto, concludendo: pochi ingredienti semplici che abilmente (e furbescamente, vabbè) mescolati in modo non convenzionale, creano una commedia dolce e divertente come poche. Che alla fine ti lascia con un sorriso ebete in bocca. Dimentichiamoci le brutture della vita, ché va bene ogni tanto lasciarsi andare, spensieratamente.  

Se penso che in Italia i film sugli adolescenti sono quelli di Moccia e Muccino, poi. Mah, meglio non pensarci. Come è meglio non pensare alle allucinanti strumentalizzazioni degli atei devoti dell’ultim’ora su un film del genere, che invece non pretende dare nessun esempio, ma solo vuol raccontare di una scelta (pro-choice) in modo leggero e non ideologico, pur se improbabile. Che poi, volendo, si potrebbe parlare del ritratto poco idilliaco sulla struttura familiare “normale” che uscirebbe dal film. Oppure della possibilita di adozione per i single.. 

Ma no, ma no. Godetevi questa bella favoletta indie senza pensarci troppo, stavolta. E lasciatevi incantare da una colonna sonora perfetta. Ripeto: perfetta. 

Uhm, a pensarci bene, io adoro i tic tac all’arancia

Permalink ¦ commenti (3)¦ commenti (3)(popup)
categoria : cinemi, attualità, povera patria, music is my radio, americanos

domenica, 02 marzo 2008, ore 02/03/2008 20:15


Questo film ha tanti difetti. Ma proprio tanti. L'uso eccessivo della voice over. Lo sguardo in macchina godardiano di Chris alla A bout du souffle e gli split screen reiterati tipo cinema sperimentale e/o new hollywood anni 70. La stra-abusata struttura del road movie e del romanzo di formazione. La morale sottintesa ad una storia di autodistruzione che può essere un tantino eccessiva ed elegiaca. Le immagini da cartolina e le insistenti  inquadrature su un granchio in una spiaggia, sulla luce filtrante tra gli alberi o su alcune piante selvagge. Le patetiche comunità hippies che ancora resistono a sé stesse. Una colonna sonora troppo invasiva ed emozionale.
Questo film ha mille altri difetti.

Bene. Questo film è un capolavoro. Sean Penn racconta la storia vera di Chris McCandless, la sua rinuncia alle comodità borghesi, il suo rifiuto radicale di strutture sociali imposte come la famiglia, i beni superflui, i soldi, persino la sua identità. Ne segue il suo iperindividualistico peregrinare attraverso l'America alla ricerca della sua vera essenza, alla ricerca del bello, rifuggendo il materialismo, il conformismo e lo sfrenato consumismo della  moderna society accompagnato solo dai libri di Thoreau  e London e tuffandosi a corpo morto into the wild.

La dicotomia uomo-natura è affrontata con un approccio quasi panteista, cosa che avvicina il film al sublime La sottile linea rossa, dove Sean Penn recitava da protagonista, non a caso. Una dicotomia che porta il protagonista a sfidarla, la natura, per potersi immergere totalmente in essa, per diventare un tutt'uno con essa, grazie ad una ricerca della verità talmente radicale da portare inevitabilmente all'autodistruzione. Una verità, una risposta, che alla fine Chris/Alex trova nell'enorme e grandiosa solitudine delle montagne dell'Alaska. Dove, riappropriandosi persino della sua identità borghese, capisce che “happiness is real if shared” (la felicità è reale se è condivisa). Il cerchio si chiude.

Un film imperfetto, ma per questo emozionante, grandioso, commovente, dirompente, travolgente e sconvolgente. Con attori di una bravura mostruosa, soprattutto il protagonista Emile Hirsh. Con le fantastiche canzoni di Eddie Vedder  e tutta una meravigliosa colonna sonora sempre presente e assolutamente necessaria. Come il film, oggi assolutamente necessario. Con la sua retorica, con il suo prendere posizione, con il suo essere assolutamente partigiano. Sì, c'era bisogno di Into the wild.

Due ore e mezza di emozione pura. Cosa chiedere di più?

Permalink ¦ commenti (4)¦ commenti (4)(popup)
categoria : arte, cinemi, americanos

lunedì, 11 febbraio 2008, ore 11/02/2008 00:47

No_Country_for_Old_Men_poster
Non so se
Cormac McCarthy  abbia avuto l'occasione di pronunciarsi in merito, ma credo proprio che sia pienamente soddisfatto del lavoro fatto dai fratelli Coen nell'adattare per il grande schermo questo suo romanzo. Per chi non lo conosce, costui è uno dei maggiori scrittori americani viventi. Con una cifra stilistica ed una poetica ben definite. Che i due fratellacci hanno ricreato in pieno. Perché questo è quello che conta. Non è un paese per vecchi è uno dei pochi romanzi di McCarthy che non ho letto. Mi sa che stavolta basterà la visione del film.

No country for old man è un film splendido. Incrociando generi quali il western, il noir e il thriller, racconta la storia di un reduce del Vietnam che, durante una battuta di caccia ai confini con il Messico, trova i cadaveri di alcuni narcotrafficanti e una valigetta con molti soldi. Che decide di tenere per se, ma che lo costringeranno a fuggire tra Texas e Messico, inseguito da trafficanti messicani, da un killer psicopatico e da un vecchio sceriffo disilluso.

La macchina da presa descrive un mondo che ha ormai perduto ogni innocenza, se mai l'ha avuta. Dove tra il bene e il male ha stravinto il male, senza possibilità di alcun riscatto. Dove contano solo i soldi, che corrompono tutto, persino degli innocui ragazzini in bicicletta. Dove una violenza cieca e brutale ha preso il sopravvento e dove l'ideale della frontiera non esiste più. Dove però permangono ancora alcuni residui di umanità, come nello sceriffo Bell, interpretato magistralmente da un Tommy Lee Jones dolente, malinconico e amaramente ironico. Che non può fare altro che farsi da parte di fronte al nuovo che avanza.

La messa in scena dei Coen è magistrale. Si trovano pienamente a loro agio nelle tematiche dello scrittore americano, al quale  in fondo sono parecchio affini, pur nella loro differenza. Ricostruiscono peckinpahnamente  la brutalità e la violenza del passaggio a questo nuovo che avanza, per l'appunto. E lo fanno senza fronzoli,  in modo secco e antispettacolare, con momenti di humor nerissimo e filmando pochi personaggi quasi archetipici immersi, in tutta la loro solitudine, nell'immensità wilderness del border, che giustamente è personaggio portante della storia, come in tutti i libri di Mc Carthy. I Coen girano infatti con un senso del paesaggio stupefacente e gli attori, tutti, sono da applausi. Soprattutto uno straordinario Javier Bardem, che per il papel del demoniaco killer ha fatto incetta di ogni premio (manca solo la candidatura al nobel...) e il solito grande Lee Jones, in un ruolo che ormai gli calza a pennello, vista la sua performance in un film molto vicino a questo, come mood, quale è Le tre sepolture.

Assolutamente da non perdere
Permalink ¦ commenti (6)¦ commenti (6)(popup)
categoria : cinemi, visions, attualità, americanos