Molina. Lodi. Hey tonight. Bad moon rising. Midnight special. Long as i can see the light. Traveling band.
Sono alcuni degli straordinari inni dei Creedence Clearwater Revival. E sono i pezzi che ieri John Fogerty si e’ permesso di non suonare, durante il suo concerto al San Jordi Club. Non esiste alcun songwriter al mondo che abbia scritto talmente tanti classici del rock 'n roll, diventati ormai degli standard, che si possa permettere di non suonare pezzi simili in un concerto di quasi due ore. Impressionante.
Impressionante come tutto il concerto di questo 64enne californiano che ancora oggi e’ una vera e propria bomba rock and roll. Concerto che parte con un uno-due da k.o, sparando una Up around the bend il cui riff andrebbe insegnato a scuola e una Green river da antologia. Devastante. E al quarto pezzo imbraccia l’acustica per piazzarti in faccia niente meno che Who’ll stop the rain. Dico sul serio, mi si sono inumiditi gli occhi e ho avuto i brividi. Letteralmente. No, cioe’: Who’ll stop the rain, suonata da Fogerty a 5 metri dal sottoscritto. Non ho parole. Si vive anche per momenti come questi. E fanculo a chi dice che le cose importanti della vita sono altre.
John ha poi snocciolato le sue perle durante la restante ora e mezza, con la sua meravigliosa voce di cartavetra e i suoi riff fenomenali. Che chitarrista. Che cantante. Che compositore. Vedere da cosi vicino Lui che canta splendidamente Lookin out my back door (e io che mi ritrovo a mimare Dude Lebowski che picchia il pugno sulla cappotta della sua auto-rottame), Run to the Jungle (e io che penso a Walter che si butta dall’auto in corsa dopo aver lanciato la borsa con le mutande), Have you ever seen the rain (classico immortale che conoscono persino su Marte), I heard you to the grapevine (una delle canzoni piu’ sexy ever), Rockin all over the world (la quintessenza del cosiddetto rock da stadio), Born on the bayou (un bluesaccio da antologia scritto da un californiano che il Bayou lo visito’ solo da turista) e tanti altri classici, beh, non ha prezzo. Vabbe: diciamo che sono stati 58 euro spesi meravigliosamente.
Ovviamente aspettavo il gran finale. Poteva mancare la rabbia e la potenza di Fortunate son? No, non poteva. Una cavalcata elettrica di tre minuti violentissima, devastante, definitiva. Fortunate son e’ l’abc del rock. E’ un punto di partenza. Oppure di arrivo. Dentro c’e’ tutto. L’inizio in 4/4 col basso pulsante e la batteria a pestare duro. Il riff distorto della Fender di Fogerty, che e’ qualcosa di miracoloso. La voce, che urla rabbiosamente questo inno proletario contro la guerra in Vietnam che e’ diventato un classico senza tempo da mandare ininterrottamente in loop in tempi di guerre umanitarie e non. Da paura.
Ma con cosa va a chiudere il vecchio John? Cosa manca ad un repertorio simile? Incredibile, mi ero dimenticato di Proud Mary. Ripeto, ha scritto talmente tanti classici che non mi ero accorto che non aveva ancora suonato Proud Mary. E il pubblico a cantare in coro “Rollin’, rollin', rollin’ on the river”.
It’s only rock and roll. But I like it
Prima di scrivere il solito post in preda alla solita sindrome da post settimana in Sardegna, post che sara' immancabilmente tristallegro, riprendo un vecchio link inviatomi tempo fa dal sempre ottimo donniheddu: La nonciclopedia del truzzo sassarese.
Da sganasciarsi, davvero. Soprattutto chi conosce un po' il tema, rischia grosso per il gran ridere...
A fora li pindacci!!!
Luca Castelli conferma di essere, assieme ad Inkiostro, un'autentica miniera. Ha scovato questo fumetto, in inglese, che mi riporta a certi vecchi Dylan Dog. Una mezcla, per dire, tra Safara' e Il lungo addio.
Bellissimo e so sad
