giovedì, 29 ottobre 2009, ore 29/10/2009 20:10

Ero indeciso se scrivere o no questo post. Innanzi tutti perchè ci avevo già scritto in anticipo e soprendentemente è davvero andato quasi tutto come pensavo e sognavo. Ma soprattutto, perchè su certe cose ci si può ricamare, ci si può filosofeggiare, magari andando involontariamente a toccare la poesia, Certo. Eppure, come si possono descrivere a parole certe sensazioni, certi momenti, certa immensità in cui ci si è ritrovati immersi per qualche giorno? Qualche giorno. Briciole, nella vita di un uomo. Millesimi di granelli di sabbia nella storia del Gran Canyon.

Momenti, appunto. In questo viaggio ho vissuto dei momenti speciali che è impossibile descrivere davvero. Impossibile. Che poi, ti rendi conti di essere un privilegiato. Il vivere alcuni attimi nel tuo immaginario, il realizzare uno dei sogni che ti restano attaccati da quando eri un bambino, beh, non è cosa da tutti. Ed è meglio viverlo solo per qualche momento, il tuo immaginario. Perchè deve restare, appunto, immaginario. De Andrè avresti voluto conoscerlo, certo. Ma solo per chiaccherarci qualche ora. Non avresti voluto esserci amico. Lasciateci almeno qualche angolo che non sia occupato dalla realtà, per favore.

Il tuo immaginario. Ti ci butti per un pò, resti meravigliato, forse ancora non realizzi bene quello che hai fatto durante queste briciole di vita. Poi torni alla vita quotidiana, alle solite cose, che probabilmente sono più mediocri di quello che pensi. Ma ti porterai dentro per tutta la vita quelle sensazioni, quei brividi, quei momenti, Quell'immaginario che hai avuto il privilegio di sfiorare. E hai paura che i ricordi svaniscano, col tempo. Ma chi se ne frega, li hai vissuti, quei ricordi. E sempre ti rimarrà, questo sì indelebile, il ricordo di averli vissuti.

Ci provo comunque, con nomi-pensieri-ricordi random di un'avventura indimenticabile.

New York che è davvero uno state of mind, il MoMa, i due deficienti italiani dietro l'Apple Store che ci chiedevano quale fosse la via principale-corso di NY. La Metro dei Warriors, lo skyline, il Village e il Lower East Side sulla Bowery, Antonello che si appoggia ad un auto e il buttafuori che gli fa "You can't be serious, man!", il bar karaoke di canzoni heavy metal truzze, l'ex CBGB, downtown e quel buco enorme tra i grattacieli, le scale antincendio fuori dalle case, la Times Square di Strange Days, le luci livide dei fari e dei semafori che si riflettevano nelle strade mentre diluviava ché ti sembrava di vivere dentro una canzone di Lou Reed. La Brooklin hipster di Williamsburg dove vive Luca, l'ollolaese più hipster ever, il train che passa fuori per il Manhattan Bridge, i pankakes e le slices of pizza.

Le 2250 miglia sciroppate in una settimana a bordo di una Kia Optima che fa comunque on the road, i cd a palla per tutto il viaggio, l'emozione di entrare nei grandi parchi, i rettilinei infiniti prima della Death Valley, il tramonto a Bryce Canyon, il brivido di immensità provato al Delicate Arch e al Gran Canyon, i motel per strada a 65 dollari a notte, il motelaccio a Flagstaff sulla 66, Escalante, Boulder, Moab, Page, Kingman, Lone Pine, Oakdale. Il Dead Horse Point, l'ingresso nella Monument Valley con Morricone a palla, il giro nello sterrato della Monument al tramonto, praticamente da soli, il cane che abbiamo trovato al John Ford Point, il buco nello stomaco provato seduto da solo ad ossservare le three sisters al tramonto. Le draft di birra nei saloon di cittadine sperdute, le chiaccherate con un vecchio amico che vedi poco, i  silenzi con un amico che vedi poco,
i tormentoni ollolaesi gridati ai quattro venti, il caffè a Bluff, 4 case in mezzo al nulla, il nulla immenso della soffocante Death Valley, lo stupendo e psichedelico tramonto a Zabriskie Point, con i colori più allucinanti mai visti nel cielo, il passaggio in 12 ore dai 38 gradi della Death Valley alla neve sui 3000 e passa metri di Tioga Pass, le cascate e i laghetti di Yosemite, i colori delle foglie e l'immensità degli alberi.

"We don't speak starbucks" scritto sulla cassa del bar di una fricchettona a Kingman, dove ho preso il miglior espresso degli Usa, Frisco esclusa, If you're going to San Francisco ascoltata mille volte, l'arrivo nella Bay Area, guidare la macchina nelle salite di Frisco, il gruppo cover col cantante che era un mix tra JMascis e David Crosby, "eia, melchiò!" scritto nel bagno del bar, la solennità della City Lights e il pensiero che andava a Kerouac, Ginsberg e Ferlinghetti, Haight e la Summer of love, la clam chowder a Fisherman's Warf, il cable car che risale e scende sino a Fisherman's, il cartello dell'homeless con scritto "Why lie, it's for a beer", la bartender che vede la mia maglietta del CBGB e ne fa un'apologia, la gentilezza e disponibilità di chiunque, l'ombra formata dal Golden Gate al tramonto, l'Oceano Pacifico, l'homeless che rispondeva cantando alle domande su dove potevamo trovare un bar aperto, don't you want somebody to love.

Bello

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mercoledì, 15 luglio 2009, ore 15/07/2009 23:12

Molina. Lodi. Hey tonight. Bad moon rising. Midnight special. Long as i can see the light. Traveling band.


Sono alcuni degli straordinari inni dei Creedence Clearwater Revival. E sono i pezzi che ieri John Fogerty si e’ permesso di non suonare, durante il suo concerto al San Jordi Club. Non esiste alcun songwriter al mondo che abbia scritto talmente tanti classici del rock 'n roll, diventati ormai degli standard, che si possa permettere di non suonare pezzi simili in un concerto di quasi due ore. Impressionante.

 

Impressionante come tutto il concerto di questo 64enne californiano che ancora oggi e’ una vera e propria bomba rock and roll. Concerto che parte con un uno-due da k.o, sparando una Up around the bend il cui riff andrebbe insegnato a scuola e una Green river da antologia. Devastante. E al quarto pezzo imbraccia l’acustica per piazzarti in faccia niente meno che Who’ll stop the rain. Dico sul serio, mi si sono inumiditi gli occhi e ho avuto i brividi. Letteralmente. No, cioe’: Who’ll stop the rain, suonata da Fogerty a 5 metri dal sottoscritto. Non ho parole. Si vive anche per momenti come questi. E fanculo a chi dice che le cose importanti della vita sono altre.

 

John ha poi snocciolato le sue perle durante la restante ora e mezza, con la sua meravigliosa voce di cartavetra e i suoi riff fenomenali. Che chitarrista. Che cantante. Che compositore. Vedere da cosi vicino Lui che canta splendidamente Lookin out my back door (e io che mi ritrovo a mimare Dude Lebowski che picchia il pugno sulla cappotta della sua auto-rottame), Run to the Jungle (e io che penso a Walter che si butta dall’auto in corsa dopo aver lanciato la borsa con le mutande), Have you ever seen the rain (classico immortale che conoscono persino su Marte), I heard you to the grapevine (una delle canzoni piu’ sexy ever), Rockin all over the world (la quintessenza del cosiddetto rock da stadio), Born on the bayou (un bluesaccio da antologia scritto da un californiano che il Bayou lo visito’ solo da turista) e tanti altri classici, beh, non ha prezzo. Vabbe: diciamo che sono stati 58 euro spesi meravigliosamente.

 

Ovviamente aspettavo il gran finale. Poteva mancare la rabbia e la potenza di Fortunate son? No, non poteva. Una cavalcata elettrica di tre minuti violentissima, devastante, definitiva. Fortunate son e’ l’abc del rock. E’ un punto di partenza. Oppure di arrivo. Dentro c’e’ tutto. L’inizio in 4/4 col basso pulsante e la batteria a pestare duro. Il riff distorto della Fender di Fogerty, che e’ qualcosa di miracoloso. La voce, che urla rabbiosamente questo inno proletario contro la guerra in Vietnam che e’ diventato un classico senza tempo da mandare ininterrottamente in loop in tempi di guerre umanitarie e non. Da paura.

 

Ma con cosa va a chiudere il vecchio John? Cosa manca ad un repertorio simile? Incredibile, mi ero dimenticato di Proud Mary. Ripeto, ha scritto talmente tanti classici che non mi ero accorto che non aveva ancora suonato Proud Mary. E il pubblico a cantare in coro “Rollin’, rollin', rollin’ on the river”.

 

It’s only rock and roll. But I like it

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martedì, 19 maggio 2009, ore 19/05/2009 22:57

La settimana scorsa è finita la quinta stagione di Lost. E la prossima sarà l'ultima.

Che dire. Ribadisco, come ho detto altrove, che si tratta della miglior serie tv mai fatta, scritta da autentici geni. Che poi, è riduttivo considerarla solo una serie tv, vista la qualità nettamente superiore a gran parte delle pellicole uscite negli ultimi anni.

Un mix di sci-fi, mistero, paura, azione, humour, fantascienza, filosofia, romanticismo che sino ad ora non ha avuto eguali. E alla base di tutto, l'eterno dibattito tra destino e libero arbitrio. Se ti mettono in mano una penna,  sei tu che decidi di scrivere una lettera o è il destino? Sei tu che decidi o meno di prendere un aereo oppure è il destino? Sei tu che decidi di continuare o meno a rubare o è il destino? Sei tu che decidi se prendere o meno un sottomarino? Sei tu che decidi se affondare o meno un pugnale?

Insomma, il perfetto bignami che segna un prima e un dopo nelle serie tv. Mi sa proprio che piano piano mi rivedo tutte le cinque stagioni aspettando il botto finale dell'anno prossimo.

Namasté. And good luck
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mercoledì, 28 gennaio 2009, ore 28/01/2009 19:54

Pues, boys, è ripartito Lost: season 5. E mi scuso per il titolo spoiler, eheheh
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martedì, 18 novembre 2008, ore 18/11/2008 16:23

Sembra che Paul McCartney abbia deciso di pubblicare un inedito dei Beatles.

La risposta dei Rolling Stones non si e' fatta attendere: la prossima settimana verra' messo in commercio un video con la prima esibizione live degli Stones, con Jagger alla voce, Richards alla chitarra e Beethoven al pianoforte
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lunedì, 13 ottobre 2008, ore 13/10/2008 17:03

Prima di scrivere il solito post in preda alla solita sindrome da post settimana in Sardegna, post che sara' immancabilmente tristallegro, riprendo un vecchio link inviatomi tempo fa dal sempre ottimo donniheddu: La nonciclopedia del truzzo sassarese.

Da sganasciarsi, davvero. Soprattutto chi conosce un po' il tema, rischia grosso per il gran ridere...

A fora li pindacci!!!

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giovedì, 11 settembre 2008, ore 11/09/2008 12:26

Luca Castelli conferma di essere, assieme ad Inkiostro, un'autentica miniera. Ha scovato questo fumetto, in inglese, che mi riporta a certi vecchi Dylan Dog. Una mezcla, per dire, tra Safara' e Il lungo addio.

Bellissimo e so sad

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mercoledì, 07 maggio 2008, ore 07/05/2008 22:39

L'estate scorsa, mentre viaggiavo in macchina da Alghero a Posada per vedermi l'ennesimo concerto della Banda Bassotti, chiaccheravo con un mio caro amico, che mi raccontava di un progetto suo e di un altro caro amico. Il progetto era una compilation musicale, prodotta dall'Associazione Scienze Politiche di Sassari, in favore di Emergency. Li per li mi era sembrata un'ottima idea, naturalmente, ma piano piano la cosa mi uscita di mente, anche perchè i contatti con Giovannone e Biccone  si son fatti meno frequenti.

Bene, pare che quei due pazzi siano riusciti nella loro impresa. Con la collaborazione di Vauro, di John Vignola, giornalista del Mucchio, e di tanti altri, hanno messo assieme una splendida raccolta alla quale partecipano, tra gli altri, Bandabardò, Paolo Benvegnù e Yo Yo Mundi, oltre ad una nutritissima squadra di artisti sardi quali Kenzeneke, Askra, Chichimeca, Train to Roots e molti altri.

Oltre all'ovvio spessore umano del tutto, quello che salta all'occhio è la valenza simbolica della cosa, viste le enormi difficoltà esistenti per mandare avanti simili progetti, nella realtà sarda. Quindi, quello che hanno fatto questi due sognatori rasenta l'incredibile. Complimenti ragazzi, ve li meritate.

Per chi volesse (e dai, fate un piccolo sforzo...), nel myspace di Fuorisessione, oltre ai soliti canali distributivi,  trovate i contatti di Michele e Giovanni per ordinare una copia della compilation.

Ajò, dai, che aspettate?
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domenica, 02 marzo 2008, ore 02/03/2008 20:15


Questo film ha tanti difetti. Ma proprio tanti. L'uso eccessivo della voice over. Lo sguardo in macchina godardiano di Chris alla A bout du souffle e gli split screen reiterati tipo cinema sperimentale e/o new hollywood anni 70. La stra-abusata struttura del road movie e del romanzo di formazione. La morale sottintesa ad una storia di autodistruzione che può essere un tantino eccessiva ed elegiaca. Le immagini da cartolina e le insistenti  inquadrature su un granchio in una spiaggia, sulla luce filtrante tra gli alberi o su alcune piante selvagge. Le patetiche comunità hippies che ancora resistono a sé stesse. Una colonna sonora troppo invasiva ed emozionale.
Questo film ha mille altri difetti.

Bene. Questo film è un capolavoro. Sean Penn racconta la storia vera di Chris McCandless, la sua rinuncia alle comodità borghesi, il suo rifiuto radicale di strutture sociali imposte come la famiglia, i beni superflui, i soldi, persino la sua identità. Ne segue il suo iperindividualistico peregrinare attraverso l'America alla ricerca della sua vera essenza, alla ricerca del bello, rifuggendo il materialismo, il conformismo e lo sfrenato consumismo della  moderna society accompagnato solo dai libri di Thoreau  e London e tuffandosi a corpo morto into the wild.

La dicotomia uomo-natura è affrontata con un approccio quasi panteista, cosa che avvicina il film al sublime La sottile linea rossa, dove Sean Penn recitava da protagonista, non a caso. Una dicotomia che porta il protagonista a sfidarla, la natura, per potersi immergere totalmente in essa, per diventare un tutt'uno con essa, grazie ad una ricerca della verità talmente radicale da portare inevitabilmente all'autodistruzione. Una verità, una risposta, che alla fine Chris/Alex trova nell'enorme e grandiosa solitudine delle montagne dell'Alaska. Dove, riappropriandosi persino della sua identità borghese, capisce che “happiness is real if shared” (la felicità è reale se è condivisa). Il cerchio si chiude.

Un film imperfetto, ma per questo emozionante, grandioso, commovente, dirompente, travolgente e sconvolgente. Con attori di una bravura mostruosa, soprattutto il protagonista Emile Hirsh. Con le fantastiche canzoni di Eddie Vedder  e tutta una meravigliosa colonna sonora sempre presente e assolutamente necessaria. Come il film, oggi assolutamente necessario. Con la sua retorica, con il suo prendere posizione, con il suo essere assolutamente partigiano. Sì, c'era bisogno di Into the wild.

Due ore e mezza di emozione pura. Cosa chiedere di più?

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venerdì, 21 dicembre 2007, ore 21/12/2007 12:09

Già si è detto, da queste parti, della scimmia del sottoscritto per alcune serie americane, o sea Lost e 24.
Stavolta è toccato a Prison Break. In attesa da un bel pò, vista la puta paura di ricadere nell'ennesima addiction. Ma alla fine non ho resistito. Ieri ho visto la season final della seconda serie. E già sono in arrivo quelle della terza, anche se a detta di Alessio e di alrti amici ormai c'è già stato il famoso Jump the shark. Boh, sarà. Vedremo.
Sta di fatto che Prison break è davvero spettacolare e metterebbe a dura prova chiunque, con il suo creare dipendenza estrema. Non puoi resistere, peggio di una fruit joy senza masticare. Azione, violenza, suspence, tensione, poche concessioni al politicamente corretto. Buoni che non sono tanto buoni e cattivi che non sono tanto cattivi, con attori bravissimi, alcuni superlativi. E si affrontano tematiche quali le condizioni delle carceri, la barbarie della sedia elettrica, la corruzione della grande politica. Addirittura si distrugge la presidenza degli Stati Uniti, passando anche per le torture americane nelle prigioni irachene e l'odioso sistema sanitario statunitense. Così da fare contenti quegli integralisti a cui non piace 24 perchè sarebbe troppo repubblicano. Ah ah!
Finisce che ti ritrovi a fare il tifo per un mafioso, per degli assassini, persino per un pedofilo (va beh, non troppo...). E il tutto grazie ad una specie di genio, che "ha un piano anche per quando deve andare in bagno", che si fa imprigionare in un carcere di massima sicurezza, di cui possiede una mappa,  per far evadere il fratello condannato a morte per un reato che non ha commesso. Basta spoiler, anche se mi sa che parecchi l'hanno già visto. Posso solo dire che se la prima serie è ricalcata sui famosi prison movies americani come, per esempio, Fuga da alcatraz, lnela seconda serie invece siamo più dalle parti de Il fuggitivo.
Ps: quando mi son ricordato che John Abruzzi interpretava uno dei nichilisti ne Il grande Lebowski stavo per cadere dalla sedia! Eh eh
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