sabato, 21 novembre 2009, ore 21/11/2009 23:28

Come ho scritto in qualche post addietro, durante la recente permanenza a New York, complice il resident Luca, la sera bazzicavamo spesso nella nuova (beh nuova, ha un bel pò di anni, ormai) mecca dell'indie: Willamsbourg, a Brooklyn. Si è parlato tanto della scena di Brooklyn ed ovviamente non potevamo non vedere da vicino di cosa si trattasse. Beh, è proprio come immaginavo. Molto newyorkese, con vecchi warehouse industriali convertiti in loft hipster-radical chic, trentenni col look giusto, baretti musicali davvero clamorosi. Insomma, una figata. La massima espressione dell'hipsterismo. Tipo il bar con la terrazza interna strapiena di gente cool con birra e shot di ordinanza, giacca in pelle, jeans stretti. Dove il sottoscritto, Antonello e Luca hanno tentato per la milionesima volta di compilare l'ennesima top 10 personale dei migliori album di sempre. Eh, la storia si ripete. Dappertutto.

Bene, l'altro giorno stavo sul blog di Luca Castelli che riprendeva questo pezzo da The Daily Swarm con le 40 canzoni che caratterizzano il nuovo sound di Brooklyn. Che poi, sul nuovo ci sarebbe da discutere, ovviamente. Oltre che sulla mancanza di band come Clap Your Hands Say Yeah e Yeah Yeah Yeahs. Ma che ormai da anni ci sia una scena vivissima è innegabile.

Eccovi pertanto il mio elenco di quindici canzoni, con annesso video, che sono una specie di riassunto del Brooklyn sound. Buon ascolto.

Vampire Weekend - A-Punk
Yeah Yeah Yeahs - Maps
The National - Brainy
LCD Soundsystem - All my friends
MGMT - Kids
Animal Collective - My girls
Clap your hands say yes - Details of a war
The pains of being pure at heart - Everything with you
Class Actress - Let me take you out
Bishop Allen - Click, click, click
TV on the radio - Wolf like me
Grizzly Bear - Two weeks
The Antlers - Kettering
Matt & Kim - Daylight
Vivian Girls - Where do you run to
Chairlift - Bruises


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venerdì, 30 ottobre 2009, ore 30/10/2009 22:34

Dopo quasi un mese dalla visione provo a buttare giu’ qualche riflessione su Inglorious Basterds.inglourious-basterds  Sì, fosse facile. Come tutti i film di Tarantino, anche questo ha bisogno assoluto di almeno un’altra visione. Poi, c'è che sono partito per gli Usa qualche giorno dopo e tutto ho avuto tranne tempo di rimuginarci sopra. Tra l'altro, tutto quello che c’era da dire è stato detto da Leonardo e da  Kekkoz. Comunque, proviamoci.

La prima cosa che mi viene in mente e’ che non esiste assolutamente nessun cinema alla Tarantino. Provate a pensarci. Tutti film diversissimi tra loro. Il rapina a mano armata degli anni Novanta che era Reservoir Dogs. Quella specie di fumettone, bastardo ibrido tra noir, fumetto e commedia, che era Pulp Fiction. Il noir blaxploitation di Jackie Brown. Il Katana western, mix tra manga, hong kong movie e Sergio Leone, di Kill Bill. E ora Inglorious Bastards. Che e’…mmm…boh.

Ho il sospetto che il film preferito di Tarantino sia C’era una volta il West. Cioè il film-elegia di Leone al western classico fordiano. L’incontro tra due poetiche. E lo vediamo proprio nella prima magistrale sequenza di Inglorious Basterds. La scena dell’arrivo dei nazisti nella baita della campagna francese non è come  l’arrivo di Henry Fonda e scagnozzi che precede  il massacro della famiglia McBain? E la scena della porta aperta sulla campagna, dove scappa in campo lungo  Shoshanna, non e’ come Ethan che apre la porta in Sentieri Selvaggi? Ovvio, direste, Tarantino e’ citazionismo puro. Vero. Ma cos’ha di tanto moderno allora? Perchè fa tanto cool dire che piacciono i film di un regista che guarda ostentatamente al passato?

Cita i classici, Tarantino. E li cita alla grande, ovviamente. I duelli di sguardi e di primissimi piani, i dettagli, come la sequenza al ristorante della panna sulla torta, sono cinema puro. Si torna a Leone e ai suoi showdown preceduti da sguardi infiniti e primissimi piani sugli occhi. Si torna all’interminabile attesa di tre killers alla stazione del treno, da accostare alla lentissima accensione della pipa da parte di un ufficiale nazista che passa con disinvoltura dal francese all’inglese, dal tedesco all’italiano.

E la violenza? Tarantino non è sinonimo di violenza? Com’è la violenza in questo film? E' come quella manga-parossistica di Kill Bill? No, no, qui la violenza è, come dire, antispettacolare. Come definirla altrimenti? Scene durissime, al limite dell'insostenibilità (col gusto però del  pubblico odierno abituato allo splatter), precedute da attese snervanti, altrettanto insostenibili. Perchè, come in Leone, non si muore solo in campo lungo. E una pallottola (o una raffica di pallottole) devasta il viso, altrochè. Cosi’ come una mazza da baseball in testa.

shosannaE i dialoghi? Se c'è una cosa che davvero è marca della casa sono i dialoghi infiniti dei personaggi tarantiniani. Vero e proprio marchio di fabbrica. E pure qui i dialoghi sono lunghissimi, torrenziali, spesso geniali.  Incastonati alla perfezione in un film che gioca tutto sulle differenti lingue parlate dai protagonisti, da vedere pertanto assolutamente in originale. Molti diranno che rallentano il film, questi dialoghi interminabili. Sti cazzi. Quelli di Tarantino sono film parlati. Tutti.

E poi la cinefilia del regista, altro marchio di fabbrica. Gli omaggi dentro Inglorious Basterds sono innumerevoli. Si passa dai segni nel collo dell’apache Aldo Raine, come Eastwood in Impiccalo più in alto, agli improbabili falsi nomi da italiano di Raine e dei suoi dentro il cinema, che omaggiano i film italiani di serie B tanto amati dal regista americano. E non continuo, ché mi ci vorrebbero ore. Il film stesso altro non è che un perfetto mix tra guerra, fantastoria, spy story e molta commedia, visto che si ride parecchio, come sempre in una pellicola tarantiniana.

Lo dico? Inglorious Basterds è un film meraviglioso. Godimento allo stato puro. Con attori tutti bravissimi, iniziando dall’apache Brad Pitt, che sembra il fratello sadico del tontolone impersonato in Burn after reading, sino all’ufficiale nazista, interpretato in modo impressionante dall’austriaco Christoper Waltz, che entra di diritto nella storia dei cattivi del cinema. Sulla colonna sonora poi, altra marca della casa, c’è poco da dire. Credo che come assemblatore di soundtrack Tarantino sia inferiore solo a Cameron Crowe. Anzi, ho cambiato idea: è pure meglio. Un genio. La scena della sala di proiezione con la sparatoria tra Shoshanna e il cecchino-attore nazista, interpretato dal bravissimo tedesco-catalano Daniel Brühl, con sottofondo “Un amico” di Ennio Morricone, è vicina alla perfezione. Vedere per credere.

Tarantino adora il cinema.  Questo film e tutti gli altri del regista sono prima di tutto, banalmente, un atto d’amore verso il cinema. Verso un cinema classico e antico, altro che moderno. Un autore onnivoro che cita cinema classico persino nel nome della sua casa di produzione. Un cinema riportato al suo primordiale significato di evasione, di sogno. Un cinema che riscrive la storia.  Un cinema come unica possibilità di giustizia, come unico modo di vedere i buoni trionfare sul male. E persino una ragazza appena morta diventa immortale nel grande schermo mentre annuncia, letteralmente fiammeggiante, la vendetta degli ebrei all’esterrefatto stato maggiore nazista.

Sì, Inglorious basterds è puro cinema. Capolavoro? A sentire Aldo Raine sembrerebbe di si

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giovedì, 29 ottobre 2009, ore 29/10/2009 20:10

Ero indeciso se scrivere o no questo post. Innanzi tutti perchè ci avevo già scritto in anticipo e soprendentemente è davvero andato quasi tutto come pensavo e sognavo. Ma soprattutto, perchè su certe cose ci si può ricamare, ci si può filosofeggiare, magari andando involontariamente a toccare la poesia, Certo. Eppure, come si possono descrivere a parole certe sensazioni, certi momenti, certa immensità in cui ci si è ritrovati immersi per qualche giorno? Qualche giorno. Briciole, nella vita di un uomo. Millesimi di granelli di sabbia nella storia del Gran Canyon.

Momenti, appunto. In questo viaggio ho vissuto dei momenti speciali che è impossibile descrivere davvero. Impossibile. Che poi, ti rendi conti di essere un privilegiato. Il vivere alcuni attimi nel tuo immaginario, il realizzare uno dei sogni che ti restano attaccati da quando eri un bambino, beh, non è cosa da tutti. Ed è meglio viverlo solo per qualche momento, il tuo immaginario. Perchè deve restare, appunto, immaginario. De Andrè avresti voluto conoscerlo, certo. Ma solo per chiaccherarci qualche ora. Non avresti voluto esserci amico. Lasciateci almeno qualche angolo che non sia occupato dalla realtà, per favore.

Il tuo immaginario. Ti ci butti per un pò, resti meravigliato, forse ancora non realizzi bene quello che hai fatto durante queste briciole di vita. Poi torni alla vita quotidiana, alle solite cose, che probabilmente sono più mediocri di quello che pensi. Ma ti porterai dentro per tutta la vita quelle sensazioni, quei brividi, quei momenti, Quell'immaginario che hai avuto il privilegio di sfiorare. E hai paura che i ricordi svaniscano, col tempo. Ma chi se ne frega, li hai vissuti, quei ricordi. E sempre ti rimarrà, questo sì indelebile, il ricordo di averli vissuti.

Ci provo comunque, con nomi-pensieri-ricordi random di un'avventura indimenticabile.

New York che è davvero uno state of mind, il MoMa, i due deficienti italiani dietro l'Apple Store che ci chiedevano quale fosse la via principale-corso di NY. La Metro dei Warriors, lo skyline, il Village e il Lower East Side sulla Bowery, Antonello che si appoggia ad un auto e il buttafuori che gli fa "You can't be serious, man!", il bar karaoke di canzoni heavy metal truzze, l'ex CBGB, downtown e quel buco enorme tra i grattacieli, le scale antincendio fuori dalle case, la Times Square di Strange Days, le luci livide dei fari e dei semafori che si riflettevano nelle strade mentre diluviava ché ti sembrava di vivere dentro una canzone di Lou Reed. La Brooklin hipster di Williamsburg dove vive Luca, l'ollolaese più hipster ever, il train che passa fuori per il Manhattan Bridge, i pankakes e le slices of pizza.

Le 2250 miglia sciroppate in una settimana a bordo di una Kia Optima che fa comunque on the road, i cd a palla per tutto il viaggio, l'emozione di entrare nei grandi parchi, i rettilinei infiniti prima della Death Valley, il tramonto a Bryce Canyon, il brivido di immensità provato al Delicate Arch e al Gran Canyon, i motel per strada a 65 dollari a notte, il motelaccio a Flagstaff sulla 66, Escalante, Boulder, Moab, Page, Kingman, Lone Pine, Oakdale. Il Dead Horse Point, l'ingresso nella Monument Valley con Morricone a palla, il giro nello sterrato della Monument al tramonto, praticamente da soli, il cane che abbiamo trovato al John Ford Point, il buco nello stomaco provato seduto da solo ad ossservare le three sisters al tramonto. Le draft di birra nei saloon di cittadine sperdute, le chiaccherate con un vecchio amico che vedi poco, i  silenzi con un amico che vedi poco,
i tormentoni ollolaesi gridati ai quattro venti, il caffè a Bluff, 4 case in mezzo al nulla, il nulla immenso della soffocante Death Valley, lo stupendo e psichedelico tramonto a Zabriskie Point, con i colori più allucinanti mai visti nel cielo, il passaggio in 12 ore dai 38 gradi della Death Valley alla neve sui 3000 e passa metri di Tioga Pass, le cascate e i laghetti di Yosemite, i colori delle foglie e l'immensità degli alberi.

"We don't speak starbucks" scritto sulla cassa del bar di una fricchettona a Kingman, dove ho preso il miglior espresso degli Usa, Frisco esclusa, If you're going to San Francisco ascoltata mille volte, l'arrivo nella Bay Area, guidare la macchina nelle salite di Frisco, il gruppo cover col cantante che era un mix tra JMascis e David Crosby, "eia, melchiò!" scritto nel bagno del bar, la solennità della City Lights e il pensiero che andava a Kerouac, Ginsberg e Ferlinghetti, Haight e la Summer of love, la clam chowder a Fisherman's Warf, il cable car che risale e scende sino a Fisherman's, il cartello dell'homeless con scritto "Why lie, it's for a beer", la bartender che vede la mia maglietta del CBGB e ne fa un'apologia, la gentilezza e disponibilità di chiunque, l'ombra formata dal Golden Gate al tramonto, l'Oceano Pacifico, l'homeless che rispondeva cantando alle domande su dove potevamo trovare un bar aperto, don't you want somebody to love.

Bello

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venerdì, 21 agosto 2009, ore 21/08/2009 18:58

Eh si, stavolta ad Ottobre si parte davvero. Io e uno dei miei amici piu’ cari, in direzione Usa. New York, i parchi del sudovest, la California, San Francisco. L’America. Chi mi conosce sa bene quante volte ne ho parlato. Quante volte ho detto che l’avrei fatto. Here i am. Non sto nella pelle, davvero.

 

Bene, il sottoscritto decide di andarsene in giro in America per un paio di settimane buone, decide di fare il viaggio, insomma, e il solito Andrea Scanzi scrive questo bellissimo articolo. Vabbe, è morta la Pivano, oh. E’ morta colei che il viaggio per eccellenza l’ha portato in Italia. La Pivano ha tradotto la strada. Letteralmente. E Scanzi non poteva non celebrarla da par suo, con un pezzo che si riallaccia alla classifica delle piu’ belle strade del mondo secondo il National Geographic (classifica opinabilissima, ovviamente. Come tutte le classifiche). Un pezzo che non puo’ non citare la Pivano, Kerouac, Springsteen. La strada. L’America, alla fine. Perche’ l’America è la strada. E’ il muoversi continuamente. E il viaggio è tutto, lo sappiamo.

 

Prima di partire ho in previsione il re-watching di vari film, come Into the wild, Fandango, Thelma and Louise, Easy Rider, Verso il sole, A straight story e altri. Leggero’, mi documentero’. Già mi sto divorando il sommo Dave Eggers. Non credo  però di arrivare a rileggermi Kerouac. Per me resta legato ad un periodo particolare della mia vita ed e’ uno dei libri che mi piu’ mi costa riprendere dallo scaffale. Quel libro va letto a 20-25 anni. Se lo rileggi dopo lo fai con un’altra coscienza, un altro spirito. Non sono ancora pronto. Ma sicuramente mi rileggero’ un libro di Cesare Fiumi, La strada e’ di tutti, che lessi una decina di anni fa. Un libro stupendo, dove il giornalista del Corriere racconta il suo viaggio fatto nel 1997, a 40 anni, su una Thunderbird verde noleggiata. Un viaggio sulle tracce di Kerouac, ma anche di Cormac McCarthy, accompagnato da una vecchia carta stradale, da qualche cassetta con la musica giusta, ma soprattutto da un’idea. Un’idea di viaggio che ha parecchi punti in contatto con la mia. Con le dovute differenze e proporzioni, ovviamente. Dato il poco tempo, alla fine il mio trip durera’ 15 giorni. Prima  NYC, poi aereo per Las Vegas e da laggiu’ on the road in auto verso i grandi parchi del sudovest, verso la California, passando da Zabriskie Point, ovviamente. E altrettanto ovviamente arrivando a San Francisco. Sto gia’ pensando e ripensando alla compilation che devo prepararmi, che dovra’ essere perfetta. Perche’il viaggio dei sogni, quello che progetti da quando eri bambino, non puo’ che accompagnarlo una colonna sonora da sogno.


L’America. L’Est. New York, che e’ la città per eccellenza. Quella dove tutti abbiamo in qualche modo vissuto. Le canzoni di Lou Reed, Bruce Willis a manetta in taxi dentro Central Park, lo skyline contemplato da Monty Brogan con il suo cane, Carlito Brigante che muore sulle note di You’re so beautiful, Woody Allen e Diane Keaton a passeggiare nel Village. Poi l’Ovest. San Francisco. Dove Jack e Neal arrivano dopo il loro primo viaggio. La Big Sur verso Monterey. La Summer of Love. La City lights. Dustin Hoffman che scappa con la sua Alfa Romeo. Jello Biafra. E in mezzo alle due citta’, il viaggio, il sudovest, la Monument Valley, il Gran Canyon, La Death Valley, i boschi della Sierra Nevada, i giochi di luce di Antelope Canyon. E la Route 66, ovviamente. La Strada. La Mia America. Il viaggio verso qualcosa che ti appartiene, pur non avendolo vissuto. Perchè, come dice Fiumi, niente e’ piu struggente di quello che non si e’ vissuto. E lo voglio vivere, almeno per poco, quello che non ho vissuto.


Muoversi, sempre. Ora a volte mi spaventa. Sono appena tornato a Barcellona dalla Sardegna e sempre di piu’ mi sembra di vivere una vita provvisoria. Eppure anche laggiù, dove sono le mie radici, nella mia Macondo, ho sempre forte  il sentore della provvisorietà. La precarietà dell’anima. E’ eccitante vivere in uno stato di perenne attesa, di continua eccitazione, appunto. Ma stanca. Pur non potendone fare a meno. Perchè da certe cose non si scappa: vagabondi come noi sono nati per correre. Vagabondi dello spirito. Ché hai sempre bisogno di andare su e giu’ lungo la Route 66 dell’anima. Che non porta da nessuna parte, magari. Eppure bisogna andare.

 

E ora si va, davvero. A sentire letterelmente la polvere. A chiedere, alla polvere. Come detto, il poco tempo non mi permette di fare quello che ha fatto Fiumi. Sicuramente prenderemo parecchie autostrade, non tutte le strade secondarie e impolverate che ha fatto lui. Sicuramente non ci butteremo di sotto a Canyonlands, come Thelma and Louise. E non faremo 500 miglia in 5 ore come Neil Cassidy. Non faremo in canoa le rapide del Colorado come Chris McCandless. Non vedremo arrivare Henry Fonda al rallentatore con la Monument Valley sullo sfondo. Forse non seppelliremo una bottiglia di vino nel deserto. Magari saremo piu’ springsteeniani, e la strada, il viaggio, saranno un modo di evadere da una realta’ che forse e’ piu’ normale e mediocre di quello che pensiamo. Un sogno insomma. Lasciateci almeno questo. Uno spicchio di sole, un raggio di luce, la possibilità di sentire il vento nei capelli prima di arrenderci. In modo da non rimpiangere, in modo da provarci. O almeno, in modo da avere qualche rimpianto in meno. No, non ci arrenderemo.


No retreat baby, no surrender.

 

Dimenticavo: la prefazione del libro di Fiumi la scrisse Fernanda Pivano. Il cerchio si chiude. (Quasi) Sempre.

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giovedì, 23 luglio 2009, ore 23/07/2009 23:40

Purtroppo Il Manifesto è diventato un giornale quasi illeggibile. Eppure, tra il milionesimo dibattito sul futuro della sinistra e la milionesima richiesta di sottoscrizione "per salvare il giornale", restano pur sempre le pagine culturali, dove spesso si trovano delle autentiche perle. Questo articolo di Alessandro Portelli su Springsteen, per esempio, è una delle più belle recensioni ad un concerto che mi sia capitato di leggere.

Un pò lungo, ma ne vale la pena


PS: chi mi becca la citazione del titolo avrà diritto alla palma del più intelligente del mondo dopo il sottoscritto
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mercoledì, 15 luglio 2009, ore 15/07/2009 23:12

Molina. Lodi. Hey tonight. Bad moon rising. Midnight special. Long as i can see the light. Traveling band.


Sono alcuni degli straordinari inni dei Creedence Clearwater Revival. E sono i pezzi che ieri John Fogerty si e’ permesso di non suonare, durante il suo concerto al San Jordi Club. Non esiste alcun songwriter al mondo che abbia scritto talmente tanti classici del rock 'n roll, diventati ormai degli standard, che si possa permettere di non suonare pezzi simili in un concerto di quasi due ore. Impressionante.

 

Impressionante come tutto il concerto di questo 64enne californiano che ancora oggi e’ una vera e propria bomba rock and roll. Concerto che parte con un uno-due da k.o, sparando una Up around the bend il cui riff andrebbe insegnato a scuola e una Green river da antologia. Devastante. E al quarto pezzo imbraccia l’acustica per piazzarti in faccia niente meno che Who’ll stop the rain. Dico sul serio, mi si sono inumiditi gli occhi e ho avuto i brividi. Letteralmente. No, cioe’: Who’ll stop the rain, suonata da Fogerty a 5 metri dal sottoscritto. Non ho parole. Si vive anche per momenti come questi. E fanculo a chi dice che le cose importanti della vita sono altre.

 

John ha poi snocciolato le sue perle durante la restante ora e mezza, con la sua meravigliosa voce di cartavetra e i suoi riff fenomenali. Che chitarrista. Che cantante. Che compositore. Vedere da cosi vicino Lui che canta splendidamente Lookin out my back door (e io che mi ritrovo a mimare Dude Lebowski che picchia il pugno sulla cappotta della sua auto-rottame), Run to the Jungle (e io che penso a Walter che si butta dall’auto in corsa dopo aver lanciato la borsa con le mutande), Have you ever seen the rain (classico immortale che conoscono persino su Marte), I heard you to the grapevine (una delle canzoni piu’ sexy ever), Rockin all over the world (la quintessenza del cosiddetto rock da stadio), Born on the bayou (un bluesaccio da antologia scritto da un californiano che il Bayou lo visito’ solo da turista) e tanti altri classici, beh, non ha prezzo. Vabbe: diciamo che sono stati 58 euro spesi meravigliosamente.

 

Ovviamente aspettavo il gran finale. Poteva mancare la rabbia e la potenza di Fortunate son? No, non poteva. Una cavalcata elettrica di tre minuti violentissima, devastante, definitiva. Fortunate son e’ l’abc del rock. E’ un punto di partenza. Oppure di arrivo. Dentro c’e’ tutto. L’inizio in 4/4 col basso pulsante e la batteria a pestare duro. Il riff distorto della Fender di Fogerty, che e’ qualcosa di miracoloso. La voce, che urla rabbiosamente questo inno proletario contro la guerra in Vietnam che e’ diventato un classico senza tempo da mandare ininterrottamente in loop in tempi di guerre umanitarie e non. Da paura.

 

Ma con cosa va a chiudere il vecchio John? Cosa manca ad un repertorio simile? Incredibile, mi ero dimenticato di Proud Mary. Ripeto, ha scritto talmente tanti classici che non mi ero accorto che non aveva ancora suonato Proud Mary. E il pubblico a cantare in coro “Rollin’, rollin', rollin’ on the river”.

 

It’s only rock and roll. But I like it

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mercoledì, 24 giugno 2009, ore 24/06/2009 22:28

Berlusconi: "Programma da realizzare". Già fatto, è "Colpo Grosso"

Spese calcio, Berlusconi si allea con Platini: "Cifre indecenti, farò qualcosa". Allo studio un decreto legge per dare la possibilità di devolvere l'8 per mille al Milan

Grande successo a San Siro per il concerto a favore dei terremotati. Soddisfatte le 41 cantanti protagoniste. Incredibile, 41 donne tutte assieme. E non era Villa Certosa

Sex gate italiano. L'onorevole Bocchino (Pdl) accusa i servizi segreti. C'è bisogno di aggiungere altro?

Berlusconi assente all'assemblea di Confindustria per via di un torcicollo. Franceschini: "Continua il declino della destra"

Caos in Iran, ci sono morti e feriti. Il direttore del TG1 Minzolini: "Prudenza, potrebbe trattarsi di millanterie"

Annunci sul web: vendita di organi in cambio di soldi. Ora si spiega perche' Minzolini e' cosi ricco

Ex detenuti afghani della base di Baghram accusano gli Usa di tortura. Alcuni di loro non hanno retto e si sono suicidati imparando a memoria le poesie di Sandro Bondi

Ratzinger: "Padre Pio combattè contro il male". Le stimmate se le procurò impugnando al contrario la spada laser
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martedì, 19 maggio 2009, ore 19/05/2009 22:13

La settimana scorsa stavo malissimo. Avevo la febbre talmente alta che ad un certo punto mi è sembrato di vedere Dio che mi consolava. E' stato davvero convincente, soprattutto quando mi ha giurato di non aver corrotto David Mills.

Sentenza Mills: Berlusconi corruttore. "E' la solita sentenza ad personam contro un innocente" ha dichiarato l'avvocato Ghedini uscendo da un altro processo, dove difende lo tsunami del 2004.

Ghedini. E' uguale al killer di Altrimenti ci arrabbiamo. Ma molto più brutto. Simpatico come il padre di John Locke. Se avesse lavorato al processo di Norimberga avrebbe chiesto il trasferimento del processo a Brescia. Dopo lui, Previti e Taormina a Berlusconi manca solo Goebbels.

Polemiche Italia-Onu: Gasparri prende le difese di La Russa. "L'Onu ha spesso chiuso gli occhi di fronte ad autentici scempi della democrazia". In Italia, per esempio.

Sensazionale scoperta in Germania: trovato l'anello mancante che unisce l'uomo alla scimmia. Continua però ad essere inspiegabile l'esistenza di Vittorio Feltri.

Obama vieta la pubblicazione di nuove foto riguardanti le torture dei prigionieri in Iraq. Alcune foto sono comunque filtrate. In una di esse si vedono alcuni prigionieri costretti ad assistere ad una conferenza stampa di Sandro Bondi.

"Il Giornale" definisce i giapponesi "musi gialli". I giapponesi definiscono "Il Giornale" un giornale. Non so quale sia più ridicola.

E comunque, Mario Giordano è stato denunciato per disturbo alla quiete pubblica dopo aver parlato cinque minuti di fila.

Obama appoggia la soluzione dei due stati per Israele e Palestina. Non è d'accordo Nethanyau, che però decide storicamente di consentire il ritorno dei profugi palestinesi ad un pezzo di Gerusalemme: il cimitero.

Per concludere, alla signora russa che ha fuso la sua Ferrari mezz'ora dopo l'acquisto va il Premio Gasparri come più scema dell'universo

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domenica, 15 marzo 2009, ore 15/03/2009 23:35

Io voglio invecchiare come Clint Eastwood. Dico sul serio. Con quelle profonde rughe che gli solcano il viso con straordinaria dignità, certo. Ché la carne è carne, non plastica. Ci vuole dignità, nell'invecchiare. Nel vivere. Ma soprattutto, a 79 anni vorrei essere una persona come lui. Sicuramente con molti difetti, ci mancherebbe. Siamo uomini, per fortuna. Ma uno che dirige un film come Gran Torino non può non essere una gran bella persona.

Non ci sono più parole per parlare del regista americano. E dei suoi film, autentiche gemme del cinema contemporaneo, e non solo. Raccontando storie in apparenza minori, semplici, parlando delle persone, perchè il suo è appunto un cinema di storie e di persone, riesce a scavare nell'animo umano e a toccare nervi scoperti come pochi altri. Offrendoci delle straordinarie riflessioni, mai banali, su temi universali come la vita, la morte, la vecchiaia, il rapporto padri-figli, il rimpianto, il riscatto, la religione, il razzismo, la violenza, la guerra. Per lasciarci alla fine della visione inebetiti, storditi da tanta umanità desbordante il grande schermo.

Gran Torino è un film meraviglioso. Che sfiora il capolavoro, piazzandosi giusto un pelino sotto Mystic River, Gli spietati e Million dollar baby. E Million dollar baby è forse il film a cui Gran Torino si avvicina di più, come tematiche. Soprattutto relativamente al rapporto padri e figli, ovviamente. E all'incombente senso di morte che pervade ogni singolo fotogramma. Alle scelte etiche e morali. Al sacrificio necessario per poter andare avanti, in questa vita. Per rii-niziare e riscattarsi, in qualche modo.

Se come si dice è pure l'ultima interpretazione di Clint come attore, questa pellicola è davvero la cosa più vicina possibile ad un testamento cinematografico. Un romanzo di formazione che inizia e finisce con un funerale. E tra questi due funerali impariamo a conoscere Walt Kovalski, ex soldato nella guerra di Corea, in pensione dopo una vita da operaio alla Ford di Detroit.

Un uomo misogino, razzista, incattivito col mondo, che non sopporta i suoi figli e i suoi nipoti, nei quali vede la degenerazione dei valori ai quali ha sempre creduto, non senza ragione. Un uomo a cui la guerra ha prosciugato l'anima, perchè "quello che ossessiona di più un uomo è ciò che non gli è stato ordinato di fare". Un uomo fondamentalmente solo, che vive accanto a una famiglia di etnia Hmong che disprezza con tutto il suo apparentemente arido cuore. Un uomo solo con il suo cane, le sue abitudini, le sue birre, i suoi pochi amici e la sua Ford Gran Torino del '72, a cui tiene quasi più che a se stesso. Un'auto che provano a rubargli, episodio che cambierà alla fine la sua vita. Inizia infatti ad avere rapporti con i suoi vicini orientali, con la loro cultura a lui così estranea. Per iniziare a rendersi conto di avere più cose in comune con loro che con la sua famiglia biologica. Diventando una sorta di figura paterna per il sedicenne Thao, sensibile ed insicuro.

L'incontro-scontro tra le due culture offre parecchi momenti molto divertenti, grazie a notevoli dialoghi sboccati e molto politically incorrect. Il che evita per fortuna un messaggio antirazzista troppo laccato e prevedibile. D'improvviso però il film scarta bruscamente e la violenza irrompe spietatamente in un crescendo che porta ad un finale durissimo, commovente e in qualche modo inevitabile, come sempre in Eastwood.

Il regista californiano "mette" dentro questo testamento cinematografico praticamente tutti i personaggi da duro che ha interpretato nella sua carriera. Una carriera che inizia con una pistola , messagli in mano da Sergio Leone, per finire con un semplice accendino, mentre la pistola viene solo mimata con un gesto della mano. Questa è la realtà, non è il villaggio di Ramon con il suo fucile. Dirty Harry è servito.

Eastwood ci regala il solito ritratto desolato dell'America contemporanea. Riflette sui sensi di colpa, sulla vecchiaia, sui rimpianti, sulle conseguenze della guerra, sulla possibilità di riscattarsi in qualche modo, sulle scelte individuali, sugli obblighi della figura paterna, dirigendo-interpretando un personaggio indimenticabile, sospeso tra un passato che non smette di tormentarlo ed un futuro che lo inorridisce. Un uomo razzista e sgradevole, ma a suo modo onesto, con una sua forte moralità laica. Una interpretazione-direzione di una sincerità disarmante che non può non commuovere.

Insomma, Gran Torino è un canto del cigno davvero straordinario. Che chiude il cerchio tra chi recitava con due sole espressioni, con cappello o senza, e chi invece dice tutto solo muovendo impercettibilmene le rughe attorno alla bocca.

Io voglio invecchiare come Clint Eastwood.
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lunedì, 09 marzo 2009, ore 09/03/2009 23:02

In Italia sicuramente il Pd ha, ahem, qualche problema di leadership. Eppure i repubblicani, negli Usa, hanno problemi altrettanto grossi
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