domenica, 15 marzo 2009, ore 15/03/2009 23:35

Io voglio invecchiare come Clint Eastwood. Dico sul serio. Con quelle profonde rughe che gli solcano il viso con straordinaria dignità, certo. Ché la carne è carne, non plastica. Ci vuole dignità, nell'invecchiare. Nel vivere. Ma soprattutto, a 79 anni vorrei essere una persona come lui. Sicuramente con molti difetti, ci mancherebbe. Siamo uomini, per fortuna. Ma uno che dirige un film come Gran Torino non può non essere una gran bella persona.

Non ci sono più parole per parlare del regista americano. E dei suoi film, autentiche gemme del cinema contemporaneo, e non solo. Raccontando storie in apparenza minori, semplici, parlando delle persone, perchè il suo è appunto un cinema di storie e di persone, riesce a scavare nell'animo umano e a toccare nervi scoperti come pochi altri. Offrendoci delle straordinarie riflessioni, mai banali, su temi universali come la vita, la morte, la vecchiaia, il rapporto padri-figli, il rimpianto, il riscatto, la religione, il razzismo, la violenza, la guerra. Per lasciarci alla fine della visione inebetiti, storditi da tanta umanità desbordante il grande schermo.

Gran Torino è un film meraviglioso. Che sfiora il capolavoro, piazzandosi giusto un pelino sotto Mystic River, Gli spietati e Million dollar baby. E Million dollar baby è forse il film a cui Gran Torino si avvicina di più, come tematiche. Soprattutto relativamente al rapporto padri e figli, ovviamente. E all'incombente senso di morte che pervade ogni singolo fotogramma. Alle scelte etiche e morali. Al sacrificio necessario per poter andare avanti, in questa vita. Per rii-niziare e riscattarsi, in qualche modo.

Se come si dice è pure l'ultima interpretazione di Clint come attore, questa pellicola è davvero la cosa più vicina possibile ad un testamento cinematografico. Un romanzo di formazione che inizia e finisce con un funerale. E tra questi due funerali impariamo a conoscere Walt Kovalski, ex soldato nella guerra di Corea, in pensione dopo una vita da operaio alla Ford di Detroit.

Un uomo misogino, razzista, incattivito col mondo, che non sopporta i suoi figli e i suoi nipoti, nei quali vede la degenerazione dei valori ai quali ha sempre creduto, non senza ragione. Un uomo a cui la guerra ha prosciugato l'anima, perchè "quello che ossessiona di più un uomo è ciò che non gli è stato ordinato di fare". Un uomo fondamentalmente solo, che vive accanto a una famiglia di etnia Hmong che disprezza con tutto il suo apparentemente arido cuore. Un uomo solo con il suo cane, le sue abitudini, le sue birre, i suoi pochi amici e la sua Ford Gran Torino del '72, a cui tiene quasi più che a se stesso. Un'auto che provano a rubargli, episodio che cambierà alla fine la sua vita. Inizia infatti ad avere rapporti con i suoi vicini orientali, con la loro cultura a lui così estranea. Per iniziare a rendersi conto di avere più cose in comune con loro che con la sua famiglia biologica. Diventando una sorta di figura paterna per il sedicenne Thao, sensibile ed insicuro.

L'incontro-scontro tra le due culture offre parecchi momenti molto divertenti, grazie a notevoli dialoghi sboccati e molto politically incorrect. Il che evita per fortuna un messaggio antirazzista troppo laccato e prevedibile. D'improvviso però il film scarta bruscamente e la violenza irrompe spietatamente in un crescendo che porta ad un finale durissimo, commovente e in qualche modo inevitabile, come sempre in Eastwood.

Il regista californiano "mette" dentro questo testamento cinematografico praticamente tutti i personaggi da duro che ha interpretato nella sua carriera. Una carriera che inizia con una pistola , messagli in mano da Sergio Leone, per finire con un semplice accendino, mentre la pistola viene solo mimata con un gesto della mano. Questa è la realtà, non è il villaggio di Ramon con il suo fucile. Dirty Harry è servito.

Eastwood ci regala il solito ritratto desolato dell'America contemporanea. Riflette sui sensi di colpa, sulla vecchiaia, sui rimpianti, sulle conseguenze della guerra, sulla possibilità di riscattarsi in qualche modo, sulle scelte individuali, sugli obblighi della figura paterna, dirigendo-interpretando un personaggio indimenticabile, sospeso tra un passato che non smette di tormentarlo ed un futuro che lo inorridisce. Un uomo razzista e sgradevole, ma a suo modo onesto, con una sua forte moralità laica. Una interpretazione-direzione di una sincerità disarmante che non può non commuovere.

Insomma, Gran Torino è un canto del cigno davvero straordinario. Che chiude il cerchio tra chi recitava con due sole espressioni, con cappello o senza, e chi invece dice tutto solo muovendo impercettibilmene le rughe attorno alla bocca.

Io voglio invecchiare come Clint Eastwood.
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categoria : personaggi, cinemi, americanos

lunedì, 09 marzo 2009, ore 09/03/2009 23:18

Akille riprende un pezzo di Repubblica che parla del vizio di millantare letture in realtà mai fatte. Alzi la mano chi non l'ha mai fatto. Dai, lo sappiamo, è successo a tutti, almeno una volta nella vita.

E comunque, un classico per tutte le stagioni è il citare a sproposito i classici russi: confesso, mai letti. Shame on me. E Pavese credo di averlo letto alle medie, anche se ovviamente non ricordo una emerita mazza. Per non parlare di Proust, citato da chiunque. Mmm, mai letto. Come non ho mai letto Joyce. E così via. Orwell l'ho letto, però. Sia 1984 che La fattoria degli animali, oltre che ovviamente Omaggio alla Catalogna.

Per i film il discorso è uguale, anzi, per me è forse peggio. Mi vergogno di non aver mai visto un film di Fellini, a parte La strada. Non ho mai visto Eyes wide shut e neppure Barry Lydon, eppure il regista è un tipetto che mi è sempre piaciuto. Welles lo conosco, però. Sia Citizen Kane che L'infernale Quinlan.

Comunque, alla fine aveva già detto tutto Woody Allen, al solito: "Ho preso lezioni di lettura veloce. Son riuscito a leggere Guerra e Pace in venti minuti: parla della Russia."
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categoria : letture, humour, attualità

lunedì, 09 marzo 2009, ore 09/03/2009 23:02

In Italia sicuramente il Pd ha, ahem, qualche problema di leadership. Eppure i repubblicani, negli Usa, hanno problemi altrettanto grossi
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categoria : personaggi, humour, attualità, americanos

lunedì, 09 marzo 2009, ore 09/03/2009 22:26

Inutile spiegare cosa sia Facebook. Ormai lo sanno tutti. Persino Gasparri. Quindi, qui si voleva solo segnalare questo post interessante su Wittgenstein che prova a spiegare in breve il successo del social network per eccellenza.

Il succo del ragionamento di Luca Sofri è la normalizzazione di Internet, che è passato dall'essere il campo d'azione di una élite di mezzi geek al mainstream duro e puro. E Facebook è l'esempio più lampante di questa normalizzazione del web, del suo diventare mainstream. Ormai ci trovi tutti. Ma proprio tutti. Io iniziai un anno e mezzo fa quando, almeno in Italia, era  qualcosa relativamente di nicchia. Ed era carino, soprattutto vivendo all'estero, ritrovare persone che non vedevi da anni. A partire dall'estate scorsa, invece, c'è stato il boom italiano. Una buona fetta dei miei amici sono miei compaesani. E se all'inizio la reazione poteva essere la stessa di coloro che ascoltavano un gruppo indie poi passato al mainstream, tipo i Coldplay, per dire, in seguito ti rendi conto che nn c'è tanto da fare lo snob. E' cosi e basta, e alla fin fine si tratta di un modo "virtuale" per chiaccherare con i tuoi amici e cazzeggiare. Anzi, con la possibilità di postare i video, di commentare, si ricreano quei momenti al bar in cui con gli amici si ricordano vecchi film o cartoni animati, citando a più non posso. Naturalmente tutto moltiplicato all'ennesima potenza grazie alle potenzialità del mezzo. Non è male, dipende sempre dall'uso che se ne fa.

Ora, io ci entro tutti i giorni, uso molto Facebook, anche se forse meno di prima. Ma il punto non è questo. Il punto è che, tornando al ragionamento iniziale, la rete tende a riprodurre inevitabilmente i rapporti di forza del mondo reale. Tutto questo malgrado le sue potenzialità democratiche e partecipative, che sono enormi. Ma tutto dipende dall'uso che si fa del mezzo, non dal mezzo in se. E ribadisco che questo vale anche e soprattutto per santoni alla Beppe Grillo, che "santificano" la rete a prescindere, come la panacea di tutti i mali della democrazia rappresentativa. Non è cosi, il mezzo non è il messaggio. Il messaggio dipende dall'uso che si fa del mezzo. Che in generale tende, ovviamente, a riproporre le strutture di potere del mondo reale, ripeto.

Sta a noi usare questo mezzo in modo democratico, cercando per quanto possibile di evitare i modelli di comunicazione top-down, dal leader alle masse.

Ah, io comunque i Coldplay non li sopporto più da parecchio.
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categoria : letture, attualità

venerdì, 06 marzo 2009, ore 06/03/2009 22:57

Dopo le polemiche seguite all'idea di far pagare per pisciare, a Ryanair hanno già pronte alcune delle nuove istruzioni di sicurezza:

Ryanair card(Via Boing Boing)

Che poi, già c'era stato un precedente, tutto da ridere.
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mercoledì, 04 marzo 2009, ore 04/03/2009 22:57

Pare che il noto cinefilo Fabrizio Corona (no, cioè: Fabrizio Corona!), durante il suo processo, ci abbia regalato questa perla di saggezza: "Come dicevano in C'era una volta in America: vedo gente, faccio cose...".

Che uomo
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categoria : personaggi, humour, attualità, povera patria