lunedì, 23 giugno 2008, ore 23/06/2008 18:54

Sono sempre stato filo spagnolo. Chi mi conosce lo sa bene. Per vari motivi, che non sto ad elencare. Sta di fatto che mi è sempre piaciuto tutto quanto avesse a che fare con la Spagna. Tant'è vero che ci son venuto a vivere, alla fine.

In questi due anni mi sono reso conto che molte cose erano addirittura migliori di quello che pensavo, mentre altre no. I soliti pro e contro, insomma. Sta di fatto che fondamentalmente, pur con tutte le cose che non mi piacciono, qui la qualità della vita è migliore che in Italia. Nettamente. Si vive meglio, insomma. E non mi dilungo sulle altre cose che hanno fatto della Spagna un paese all'avanguardia, rispetto a noi. Che poi, per essere meglio dell'Italia, ormai, non ci vuole mica tanto.

Una delle cose che da tutta la vita ammiravo della Spagna era il loro calcio. Adoravo Real e Barca, pure il Valencia, il loro gioco spumeggiante e sempre all'attacco, la loro quasi incapacità di difendersi, tentando di segnare sempre un gol in più. Poi arrivo a Barcellona. E mi imbatto nella stampa spagnola. Sia quella televisiva che quella cartacea/on line. E mi rendo subito conto che i giornali spagnoli stanno alla Gazzetta come Libero sta al New York Times. Cose da pazzi. Mentre nei telegiornali succede che, quando un qualsiasi spagnolo vince, chessò, un torneo di bocce, quasi lo mettono in apertura. Se invece, per dire, Rossi vince una gara di motomondiale, bastano due frasi, suvvia! Ridicoli. Davvero ridicoli.

Alla fine sono lentamente e inesorabilmente scivolato nel tifo contrario, quasi senza accorgermene. E' inevitabile, credetemi. Già l'anno scorso, dopo la cronache scandalose dei cronisti de La Sexta, nella finale degli europei di basket tifavo spudoratamente per la Russia. Che tra l'altro vinse negli ultimissimi secondi, eheheh.

Tutto questo lunghissimo preambolo per parlare della partita di ieri. A dire il vero vittoria meritata dalla Spagna, che pure è stata pericolosa solo con qualche tiro da lontano, pur tenendo sempre palla. Mentre noi abbiamo fatto il nostro solito calcio. Sfiorando la qualificazione contro una squadra più giovane e talentuosa della nostra. Ma tant'è. Complimenti agli iberici.

Detto questo, non vi rendete conto dei commenti pre e post partita dei giornalisti spagnoli. Da rimanere a bocca aperta. Dopo aver vissuto qui questi due anni, mi son reso conto che l'anti italianità calcistica, per colpa di questi dilettanti, ha fatto presa su tutti, in Spagna. No way, noi siamo quelli brutti, sporchi, cattivi, imbroglioni, picchiatori, simulatori, fortunati. Eccetera eccetera. E se ci può essere qualcosa di vero (e indubbiamente c'è, qualcosa di vero), tutta questa cagnara surreale e grottesca finisce per farti reagire in modo quasi uguale e contrario.

Come può essere altrimenti? Tutti, dico tutti i miei amici spagnoli con i quali parlo di calcio, prima o poi, citano la famosa gomitata di Tassotti. E non è mica colpa loro. Tutto nasce da questo bombardamento al quale sono sottoposti da media il cui nazionalismo, nello sport, è talmente spinto da risultare persino involontariamente comico. Comico, certo. Ma non al punto di non farmi tifare la Russia nella semifinale. Di nuovo la Russia. Una Russia peraltro allenata da quello che credo sia il miglior allenatore del mondo, con due, tre talenti mica male. Speriamo. Speriamo...

Pueden, Yes they can
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lunedì, 09 giugno 2008, ore 09/06/2008 17:01

DAY 3

Per l'ennesima volta arrivo in ritardo mostruoso, riuscendo a perdermi una marea di nomi che meglio non dico. Boh, ce l'ho nel sangue, questo voler  fare sempre le cose all'ultimo. Per finire puntualmente a farne la metà. Vabbé.

Siamo al terzo giorno di un Festival che oggi conferma il suo essere molto So 90's, visti i gruppi. Comunque, parto con l'eccezione, vedendomi gli Okkervill River. Con la loro americana di un'intensità con pochi pari, con l'inconfondibile voce di Will Sheef che sta in bilico tra Conor Oberst e Adam Duritz, con i suoni più rockeri dell'ultimo The stage names, con i problemi tecnici del concerto, con alcune ballate davvero stupende. Con le loro facce da ragazzini, adorabili.

Subito dopo, tuffo al Rockdelux. Anzi, primo dei tuffi all'indietro nel tempo, alla prima metà degli anni novanta, ai tuoi vent'anni, quando il rock iperchitarristico della costa orientale americana ti piaceva quanto e più di quello dello stato di Washington. Ci sono i Buffalo Tom, se non si era capito. E qui si va proprio a parlare di affetti, non si può analizzare, recensire. C'è Sodajerk. E Summer. E Tallight's fade. E Kitchen door. E Frozen Lake. E tante altre. E il loro pop rock elettrico, che più americano non si può. E' come ritrovare una ex ragazza, con cui sei rimasto in ottimi rapporti, a raccontarsi quello che si è fatto durante questi anni. Senza troppe nostalgie, solo ricordando con affetto. Gran concerto e basta. Compreso il mega capitombolo comico di Bill Janovitz.

Mi è spiaciuto perdermi Devastation e SIlver Jews, soprattutto Berman. Pazienza. Comunque, scalinatona del Vice per vedermi Stephen  Malkmus: Si, proprio lui. Mister indie rock. Con i suoi Jicks, tra cui spicca una certa Janet Weiss, che al solito pesta furiosamente sui tamburi. Mi riesce difficile parlare di Stephen. Anche qui non sono molto obiettivo. A dire il vero, i suoi ultimi lavori mi hanno lasciato piuttosto freddo, a differenza del suo primo splendido album post Pavement. Sta di fatto che, avendone l'occasione, come si fa a scegliere di non vederlo? Altissimo e allampanato, magrissimo. Con le sue canzoni strampalate, le sue melodie super sghembe, il suo modo di suonare la chitarra...mamma mia, suona da dio. E Jenny & the Ess dog è un pezzo stupendo. E ti rendi conto dell'importanza avuta dai Pavement. Enorme.

Dopo Malkmus, faccio un salto a vedermi qualcos di
Rufus Waniwright, che a dire il vero non mi accende. Infatti mi sono annoiato parecchio, malgrado abbia concluso con la sua versione voce e piano di Halleluja che già mi piaceva moltissimo.

Torno di corsa al Vice per vedermi i Mission of Burma. Trio bostoniano che tipo 25 anni fa fissò gli stilemi di certo sound underground Usa dal quale nacquero gruppi dell'importanza di Husker Du, Sonic Youth, DInosaur Jr, oltre a certi Rem degli inizi. A dire il vero li conoscevo solo tramite qualche lettura mucchiana sulla loro seminale importanza. E mi hanno fatto una grossa impressione. Sound roccioso, dissonante, iper elettrico, con un certo gusto per la melodia obliqua. Gran gruppo.

Mollo i Burma per gettarmi sotto le transenne dell'Estrella Damm, ad aspettare i Dinosaur Jr. E subito mi fa impressione il muro di amplificatori Marshall sulla sinistra, dove presumo infatti si sistemerà zio tibiaMascis. Avrei pagato non so quanto solo per vedere la pedaliera usata da Mascis, visto che prima del concerto due tizi si aggirano divertiti nei pressi, guardando incuriositi. Inizia il concerto, con Murph a pestare fortissimo, Barlow a martellare il basso e il buon vecchio J, con la sua chioma bianca (a proposito, mi pare di aver visto un profondo spazio vuoto sulla nuca..), a districarsi tra riff, feedback,assoli e voce. Insomma, una tempesta di decibel che accompagna le filastrocche dei bostoniani (anche loro!), che scatenano un mega pogo da cui mi allontano a forza di spinte che credo abbiano fatto finire qualcuno in mare. I Dinosaur. Sono sempre loro. Il loro sound non è cambiato di una virgola, a differenza di chi li ascoltava 15 anni fa, come il sottoscritto. Sì, cresciamo. Ci facciamo tutti più adulti, disillusi, cinici. Ma sentire dal vivo, quasi uno dopo l'altro, pezzi come Feel the pain e Freak scene...beh, son bei momenti, signori.

Ultimo gruppo, vista la mia resistenza ormai al limite. Altro gruppo storico: Shellac. Ho visto solo la seconda parte del concerto, a dire il vero. Comunque, sono proprio come me li aspettavo: granitici, devastanti, con i loro stop & go straordinari. Con mr Steve Albini, mica pinco pallino. E pure scherzosi e divertenti, sul palco. Ce ne fossero, come loro. Che tra l'altro riempiono all'inverosimile lo scenario dell'Atp. Complimenti.

Fine. Il mio Primavera Sound è finito. E malgrado sia fisicamente agli sgoccioli, trovo pure il coraggio di tornare a casa col Bicing, pedalando per una ventina di minuti. Che coraggio
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venerdì, 06 giugno 2008, ore 06/06/2008 02:30

DAY 2

Anche stavolta, malgrado i buoni propositi, si è arrivati tardi al Forum, quindi niente Russian Red e neppure Swell Season. Uffa. Pero bueno. Io ed Ale abbiamo fatto un paio di giretti tra i vari scenari, tra nomi poco noti di altrettanto poco rilievo.

Sino a fermarci un pò a vedere i Felice Brothers e la loro Americana molto classica, molto alt e molto derivativa, certo. Ma il sottoscritto adora l'americana molto classica, molto alt e molto derivativa. Come potevano non piacermi?

Ci spostiamo al Vice Jaegermeister, con i suoi gradoni infiniti, per vedere (purtroppo) solo un paio di canzoni dei Mary Onettes, gruppo svedese dedito ad un pop new wave tra Cure, Jesus & Mary Chain e soprattutto New Order, cosa che infatti me li fa piacere più dei miliardi di gruppi new new new wave con jeans neri stretti, converse e frangettone.

Poi al Rockdelux, con una band fotocopia di Strokes/Killers/ecc ecc, i Bishop Allen. Con i loro pezzi carini carini, con la loro tastierista molto sixties, con il cantante dai soliti jeans stretti e Converse. Eccetera. Per carità, essere derivativi non è un male. Se si ha almeno un briciolo di personalità. Cosa che i ragazzetti non hanno minimamente.

Via perciò a vederci qualcosa di meglio. E si beccano tali The strange death of Liberal England. Che solo per un nome del genere meriterebbero successo imperituro. Sta di fatto che non è solo il nome: sti ragazzotti inglesi picchiano forte, sembrano gli At the Drive In alle prese con il repertorio degli Arcade Fire. Beh, diciamo quasi con cover degli Arcade Fire, vah. Comunque, ottimi. Gran impatto live, la bassista moooolto carina e il cantante che sembra Angelo Branduardi.

Dopo la pausa birrona, accompagno Ale alla ricerca di una puta entrata all'Auditori per il concerto dei Portishead. Naturalmente lei riesce a recuperarla, questa entrata, e mi racconterà poi di un'esibizione incredibile, da brividi. E va beh, io nel frattempo vago tra i vari palchi, in attesa di mr Bob Mould. Mi fermo un attimo a vedere i Sonics. Mah. Saranno storia, non lo nego. Quello che vi pare. Ma fanno la figura dei dinosauri teletrasportati nel 2000. O degli orsi polari in un'isola del pacifico, va da sé.

Bob Mould Band. Oh, ho detto Bob Mould, mica cazzi. Che infatti spara un'ora di concerto da paura, sferragliando con la sua chitarra e pescando tra la produzione solista, molti pezzi degli Sugar e soprattutto degli Husker Du! Ripeto, qualcosa di grande. Malgrado assomigli sempre di più all'amico di Ben Stiller in Tutti pazzi per mary, quello con l'orticaria e il feticcio delle scarpe da donna. Lezioni punk rock di gran classe impartite da un autentico maestro. E chiude con nientepocodimenochè una devastante New Day Rising. Che botta. Che botta!

Dopo il maestro, mi fiondo a vedere almeno una parte del live set dei Sebadoh. Ahem. Allora, il sottoscritto ha sempre pensato che Lou Barlow, malgrado si sbatta tanto, non sarà mai all'altezza di Mascis. Ma ogni tanto tira fuori delle cose sensazionali. Pure con i Sebadoh. Per dire, Harmacy resta splendido, ancora oggi. Solo che al buon Lou manca sempre qualcosa. Qualcosa, non so come spiegarmi. Anche il concerto, malgrado Brand new love, malgrado le altre perle grezze, non convince. Soprattutto per l'attitudine del trio. Sembravano in sala prove. Scazzatissimi, intervalli eterni tra un pezzo e l'altro. Bohhhhh.

Bueno, alla fine arriva Ale ancora estasiata da Beth Gibbons e soci e ci piazziamo a mangiucchiare qualcosa con il solito birrone, in attesa di Cat Power. Mollo i Devo, perché non mi sono mai piaciuti. Sorry.
Finalmente entra in scena Chan Marshall. E alla fine del concerto mi rendo conto di aver azzeccato praticamente tutte le aspettative che avevo. Cioè: lei è una gnocca da competizione. Ed ha una voce che adoro, davvero. Ok. Ma è stato tutto molto noioso. Come dico sempre al buon Donniheddu, l'ultimo album di cover non lo reggo. Mi spiace. Certo, ha fatto Metal heart. E pure The Greatest. E alla chitarra c'è un certo Judah Bauer. E lei è stupenda, la sposerei domani. (mmm, forse no, dai....). Però. Però...ess'a palla!

Alla fine, stanchissimi, vaghiamo per il Forum, tra spezzoni di concerti vari, come i divertentissimi
The Go! Team, i bar e le scalinate. Fino ad avviarci, stanchissimi, a casa.

Ripeto: tengo una edad, no aguanto mas!
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mercoledì, 04 giugno 2008, ore 04/06/2008 00:12

Eh si, anche quest'anno è arrivata la Primavera. Con la differenza che l'anno scorso è durata solo una sera, quella dai Wilco e dei Sonic Youth, per la precisione. Quest'anno invece è durata 3 giorni.

Insomma, ho comprato l'abono, per farmi una bella abbuffata. A dire il vero, il cartel degli artisti presentava l'anno scorso molti più nomi di grido. Non che quest'anno i pezzi grossi non ci fossero, naturalmente. Meno comunque di altre volte. E c'è pure un motivo, come potete leggere qui. E cioè, il semplice hecho della spietata concorrenza che si fanno i festival estivi, soprattutto in Spagna, dove il cachet degli artisti è arrivato alle stelle, praticamente rivoluzionando la geografia dei mega festival, oltre che alla composizione dele varie plantille. Altro problema è la sovrapposizione tra diversi concerti interessantissimi, che costringono inevitabilmente a scegliere. Con le dolorose rinunce del caso, a meno di sopravvenuta ubiquità. Ma tant'è.

Anyway, ecco una cronaca della tre giorni al Parc del Forum. Tre giorni, anche se potevano essere di piu. Ma ho disertato sia i concerti gratuiti al Parc Joan Miro che quelli di chiusura della domenica pomeriggio, all'Apolo. Causa: stanchezza devastante, semplicemente. No aguanto mas, tengo una edad...Ah, in questo post parlo del primo giorno: gli altri arriverano a breve.


Day 1:

Capitolo uno: due. Hahaha, scusate, nn ho resistito. Sono arrivato piuttosto tardi al Forum, proprio prima del concerto dei Notwist. Ero curioso, anche se di solito sono diffidente verso la indietronica modaiola. Ma ricordavo un paio di pezzi davvero belli del gruppo tedesco, cosi come ricordavo la colonna sonora di Le conseguenze dell'amore, con pezzi dei Lali Puna, o sea, uno dei mille gruppi collaterali dei bavaresi. Ottimo concerto, comunque, per un gruppo che dal vivo guadagna parecchio, anche se non l'avrei mai detto. Poi, ciliegina sulla torta, un amico mi ha detto che un loro pezzo stava pure sulla ost di un film di Aldo, Giovanni e Giacomo e che il cantante era una via di mezzo tra Kusturica e Michael Moore. Ah ah ah.

Dopo i Notwist, tutti ad aspettare uno dei pezzi da novanta: i Public Enemy. Performing It take a nation of millions to hold us back. Detto in breve: pietra miliare dell'hip hop e della musica nera tutta. Anche per il sottoscritto, che non va matto per il genere, anzi. Ma i newyorkesi mi smentiscono di brutto lasciandomi letteralmente a bocca aperta. Un live set devastante, furioso, incredibile. Con una presenza scenica stupefacente. Con pezzi che hanno fatto la storia. Insomma, credo proprio il miglior concerto della tre giorni (anche perchè non sono entrato all'Auditori...). E pensare che avevo una voglia matta di vedermi i Rage Against the Machine. Ho visto gli originali, per ora va bene.

Un poco di attesa, mentre lo spazio del palco Rockdelux continuava a riempirsi, prima dell'attesissima esibizione dei Portishead. Anche questo, concerto stupendo, a dir poco. Il trio inglese ha portato a Barcellona il suo trip hop intensissimo ed incredibilmente moderno, le loro splendide architetture di pop cibernetico, spurio e futurista, la loro intensità escalofriante, direbbero in Spagna. Con la voce di Beth Gibbons che ha qualcosa di miracoloso, davvero. Dal vivo è come su disco. Anzi, meglio. E quelli che pensavo fossero effetti, filtri, non sono altro che frutto della sua incredibile versatilità vocale. Per non parlare di Chuck D che sale sul palco a rappare su un pezzo. Grandi. Peccato che l'indomani non son potuto entrare a vederli per il loro concerto bis all'Auditori, causa esaurimento entrate. Pare che sia stato qualcosa di indimenticabile.

Dopo i Portishead, spostamento velocissimo sullo scenario Atp per gli Explosion in the sky e la loro epica strumentale, fatta di pianissimi e fortissimi che si alternano senza soluzione di continuità. Un sound molto cinematografico nei suoi momenti più rilassati e calmi, quasi sognanti, che sfociano in autentiche esplosioni sonore, mai però sconfinanti nel noise puro. Insomma, post rock ad altissimo livello, per gli statunitensi. Anche se penso renda molto di più ascoltato da soli, in relax, piuttosto che in uno scenario del genere. Comunque, bravi.

Alla fine degli Explosion, a casa, stanchissimo. Peccato che il solito gioco di sovrapposizione e il mio arrivo in ritardo mi hanno impedito di vedermi, tra gli altri, Enon, Eric's Trip, British Sea Power e Vampire Weekend. Non si può avere tutto dalla vita.

Bueno, il prossimo è il day 2: a presto
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