Alla fin fine, dopo tutto il can can mediatico che ne è seguito, una cosa la si è ottenuta: non si parla del merito di quanto Travaglio ha riportato da Fazio (al solito, insopportabilmente, Fazio).
Per me le cose sono piuttosto semplici: se arrivi a diventare la seconda carica dello stato, ci sta benissimo che vengano a chiederti qualcosa su quello che hai fatto in passato. Così come hanno lisciato il pelo a Bush per i suoi presunti imboscamenti militari, come lo hanno lisciato a Clinton per le sue prodezze oral, come hanno fatto con McCain per una sua presuna amante e pure con Obama per i guai di uno dei suoi principali finanziatori. Punto. Così va il mondo.
Starà poi a te, seconda carica dello Stato, decidere se e come agire in tutela della tua immagine, che potresti sentire diffamata. E pare che Schifani abbia deciso di agire. Buon per lui. Il discorso dovrebbe finire qui. Ma ci aggiungo un paio di cattiverie. Schifani querelerà pure El Pais del 29 Aprile scorso? Ancora, come mai non ha parlato di diffamazione per il libro dove Travaglio e Gomez dicevano le stesse, identiche cose, oppure per il libro di Lirio Abbate?
La differenza la fa la televisione. Solo questo. Tant'è vero che se la causa la vincerà Travaglio, come prevedibile, la cosa si saprà solo in qualcuno dei suoi tremila libri all'anno, oppure da Santoro (mmm, chissà...), simpatia Grillo, o Danielone Luttazzi. Se invece la causa la vincesse Schifani, wow, ci aspetta una valanga di commenti dei zelanti impiegati del ministero della cultura, che sbucheranno da ogni angolo possibile e immaginabile.