E' che quando stai lontano, fisicamente, sembra tutto più ovattato. Non so, magari la lontananza ti permette di riuscire a vivere certi problemi, certe tragedie, non dico con distacco, certo, ma almeno con distanza. Riesci ad elaborare meglio, pur stando da cani. A concettualizzare, in qualche modo. E continui la tua vita, lavori, esci, cambi casa, qualche donna. Continui a vivere. Magari con un pò di morte nel cuore. Ma continui.
Poi ti arriva la notizia devastante su due ragazzi di diciotto anni. Due ragazzi del tuo paesello, due ragazzi che ricordi benissimo, che hai quasi svezzato quando lavoravi al bar. Ai quali versavi Bayleys e bicchieroni di birra quando erano quindicenni, della cui timidezza da adolescenti sorridevi un poco nostalgico, il cui entusiasmo per la vita osservavi un poco invidioso. Due ragazzi. Morti a diciotto anni, in un maledetto venerdì notte, a pochi chilometri dal paesello che li ha visti crescere e che tra pochi giorni avrebbe dovuto vederli entrare nell'età adulta, dopo il rito iniziatico della festa di San Bartolomeo.
Vorrei capire a cosa è servito, vivere, amare, soffrire...come se a diciotti anni uno abbia avuto il tempo, di vivere, amare e soffrire.
E tu continui la tua vita. Lontano, lavorando, uscendo. E di nuovo muori un poco anche tu, pezzo a pezzo, piano piano.