Avete presente quando si va al cinema convinti di vedere un film caruccio, genere Cameron Crowe, insomma, che si lascia guardare con piacere e nulla più? E invece alla fine uscite dalla sala convinti di aver visto un bel film da tre stellette? Ecco, eso es.
Paris, je t'aime è un film a episodi, diciotto, per la precisione, che in un paio d'ore racconta diverse storie d'amore ambientate nella capitale francese. E le racconta in modi ovviamente eterogenei, visto che i diciotto registi hanno punti di vista naturalmente diversissimi sul tema dell'amore nella città, la città romantica per eccellenza.
Logicamente tutta questa varietà di punti di vista ha i suoi pregi e i suoi difetti. Alcuni episodi sono francamente imbarazzanti. Come quello del canadese Natali, totalmente estraneo alla tematica generale, con protagonista un Elijah Wood il cui sguardo perso, ormai, è sempre quello di uno che vuol buttare un anello in un burrone.
Alla fine, comunque, questo caleidoscopio di storie firmate da gente del calibro di Gus Van Sant, i fratelli Coen, Alfonso Cuaron, Isabel Coixet, Wes Craven, Alexander Payne ed altri, funziona. Eccome.
Sufficiente l'episodio di Cuaron, un unico piano sequenza dedicato ad un impagabile Nick Nolte, che adorerei anche recitasse in un film dei Vanzina. Peggio: di Lars Von Trier. Sufficiente pure l'episodio di Van Sant, che gioca beffardamente sul classico tema delle lingue differenti e dell'incomunicabilità, innestandovi la tematica omosessuale. Bello l'episodio girato dalla spagnola Coixet, con un ottimo Castellitto, marito infedele che sceglie di stare accanto alla moglie in fin di vita, per poi struggersi dopo la sua perdita.
Molto bello l'episodio di Sylvane Chomet, con protagonisti due mimi sfigati, tenerissimi e dolci, che si conoscono in carcere. Molto bella pure la divertentissima ed esilarante storiella grottesca firmata dai Coen, con protagonista lo straordinario Steve Buscemi, americano a Parigi, che scopre una città assai diversa da quella romantica tanto decantata dalle guide. Stupendo anche il delicato episodio girato dal tedesco Tom Tykwer, interpretato dalla meravigliosa Natalie Portman.
C'è poi la storia firmata dal tedesco Oliver Schmitz, i cui protagonisti sono un immigrato nigeriano ed una infermiera, africana anch'essa. Una storia commovente e triste, bellissima, che termina con due tazzine di caffè che nessuno beve, con quello che poteva essere e che non è stato, con le lacrime e con il rimpianto. Splendido.
Ma il posto d'onore come episodio migliore se lo giocano quello girato da Alexander Payne e quello di Gerard Depardieu. "14th arrondissement", di Payne, è un piccolo capolavoro di humour amarissimo, una mezcla perfetta di semplicità, solitudine, tristezza, disperazione e humour contagioso. Manco racconto la trama, bisogna vederlo. E conferma il talento del regista, maestro nel trasporre in pellicola questa sorta di malegria.
"Quartier Latin", invece, girato da Depardieu, che si riserva anche una piccola parte come ristoratore, è un gioiellino di humor dissacrante e cattivo in stile Allen. Con i due grandi vecchi Ben Gazzara e Gena Rowlands, ex marito e moglie, che dissertano amaramente sul tempo che passa, scambiandosi battute al vetriolo da ricordare. Ma che, in fondo, sanno di essere ancora innamorati, dopo tanto tempo.
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