Un dialogo tra sordi: ecco l'impressione che mi ha dato la visione dello stra-conosciuto (qui in Spagna) documentario, uscito nel 2004, La pelota vasca, del regista Julio Medem, già autore del mediocre Lucia y el sexo e del gioiellino Los amantes del circulo polare artico.
Parla del tema fisso in agenda setting da queste parti, e cioè della questione basca. Materia infiammabile, per chi tenta di assumere una posizione in qualche modo equidistante rispetto al problema. Soprattutto dopo gli ultimi sviluppi del caso De Juana Chaos e delle recenti bombe assassine di Barajas.
Ho detto questione basca, e non terrorismo, di proposito. Perché, naturalmente senza alcuna giustificazione, il terrorismo dell'Eta è figlio della questione basca. E il proposito del regista è proprio quello di assumere una posizione intermedia, riconoscendo che comunque un problema basco esiste, facendo ascoltare entrambe le parti in causa, che propongono le loro storie, i loro lutti, le loro ragioni, le loro rivendicazioni. Il tutto senza alcun pregiudizio e senza paraocchi. A parte l'assenza di rappresentanti del partito popolare. Voluta da loro stessi, pare. E comunque non rimpianta, viste le assurde posizioni bushiane da con noi o contro di noi di un partito che gioca tutto sulla paura del terrorismo, che nega ostinatamente l'esistenza stessa di una controparte anche solo nazionalista, figurarsi indipendentista.
La telecamera e il microfono di Medem passa perciò da intellettuali minacciati da Eta ad esponenti vicini all'illegalizzata Batasuna, se non allo stesso Arnaldo Otegi. Da familiari dei prigionieri politici baschi, in esodo verso le lontanissime carceri in cui sono confinati i presos, sino alle vedove di persone ammazzate come cani dagli etarras. Da politici spagnoli del calibro di un Felipe Gonzales sino all'idolo basco Fermin Muguruza. E così via. Contrapposti tramite un montaggio alternato efficacissimo, ogni tanto intervallato da immagini di vecchi film come un documentario di Orson Welles oppure Ogro, di Gillo Pontecorvo. E dalle immagini metaforiche del gioco della pelota.
C'è tutto: dalle misteriose origini dell'etnia e della lingua basca alle guerre carliste; dal boom della rivoluzione industriale nel Pais Vasco e conseguente massiccia immigrazione, alle teorizzazioni piuttosto razziste di Sabino Arana sull'identità etnica basca; dalla guerra civile e dal massacro di Guernica, al pugno di ferro franchista durante la dittatura; dalla nascita di Eta, come guerriglia di resistenza, ai regolamenti interni di conti dentro l'organizzazione; dal terrorismo di stato dei famigerati gruppi paramilitari Gal, alle feroci esecuzioni di persone inermi da parte di Eta; dalle torture della Guardia Civil contro i sospettati di attività terroristiche, all'intollerabile trattamento riservato dal governo spagnolo ai presos politici; dalle gambizzazioni e dalle bombe a volte indiscriminate degli etarras, alle minaccie quasi di tipo fascista contro gli intellettuali che osano manifestare la loro opposizione a tali metodi quasi mafiosi.
Cose che già sapevo, certo. Ma che viste così, dal punto di vista del regista, che si pone come go-between, assumono tutt'altra luce. E fanno capire, come dicevo, che si tratta di un dialogo tra sordi, dove nessuno rinuncia alle sue posizioni, dove nessuna delle parti in causa tenta di capire, di andare a fondo per risolvere un problema che si trascina, con la sua indelebile impronta di sangue, da troppo tempo.
E dove la figura migliore la fa un giovane dirigente socialista basco, che dopo una bomba dell'Eta nella sua auto perse una gamba. Senza odio, lucidamente, cercando di capire le ragioni dell'altro, anche del suo macellaio. Per dialogare, incontrarsi, cercare di capirsi. Per arrivare magari non ad una Europa delle Nazioni, come vanno cianciando le utopiche anime belle, ma almeno ad una convivenza civile e pacifica. Guardando avanti