martedì, 16 gennaio 2007, ore 16/01/2007 18:18

Lou Reed - I'll be your mirror

Simon & Garfunkel - The boxer

Bruce Springsteen - The river

Natalie Merchant - I hope that i don't fall in love with you

Nacho Vegas - El hombre que casi conociò a Michi Panero
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categoria : top 5 records of today

martedì, 16 gennaio 2007, ore 16/01/2007 14:35

Ogni tanto, dopo aver letto le puntuali dichiarazioni del papa e della sua corte (politici inclusi), ad uno viene voglia di scrivere un post rabbioso, cattivo, magari linkando gli ultimi casi di pedofilia con protagonisti religiosi.

E' che basta
questo pezzo di Michele Serra, via Luca Sofri. E' che basta questo stupendo post di Giulia, per dire tutto. E per convincerti che hai preso la decisione giusta quando hai lasciato l'Italia.

Meglio sopportare qualcuno che chiama un hot dog "perrito caliente", che avere tutti i giorni a che fare con il teatrino pseudoteocratico italiano
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categoria : politica, polemiche, personaggi, humour, attualità, povera patria, and no religion too

venerdì, 12 gennaio 2007, ore 12/01/2007 19:31

Qualche giorno fa un'amica fanatica di cinema quanto e più del sottoscritto (beh, forse non è arrivata agli abissi di deficienza di uno che si compra due Mereghetti consecutivi e che faceva il pagliaccio con gli amici indovinando le stellette di titoli scelti a casaccio) mi ha passato Le conseguenze dell'amore, film rivelazione del regista italiano Paolo Sorrentino. Tanti me ne avevano parlato, e tanti ne avevano scritto.

In ritardo, però eccomi. Che dire? Film davvero bello, assolutamente fuori dai canoni tipici del cinema italiano. Girato con un talento stupefacente, con movimenti di macchina inusuali e lunghi piani sequenza quasi virtuosistici. Con una colonna sonora minimal davvero perfetta. Con una co-protagonista femminile di una bellezza abbacinante. Con un protagonista, Toni Servilio, davvero monumentale. Enorme.

In fondo, tutto il film è lui, Titta di Girolamo. Tutti gli altri esistono solo intorno a lui. Un ex  commercialista/contabile della mafia rinchiuso da una vita in un albergo svizzero asettico, freddo, grigio. Proprio come lui, asettico, freddo, grigio, metodico sino al fanatismo (persino nell'iniettarsi eroina), che ricicla il denaro di un boss mafioso e vive questa non-vita solo, malinconico, rassegnato e dimenticato.

Solo che un bel giorno decide di fare una cosa pericolosissima, imprevedibile: rivolge la parola alla barista dell'albergo. E le cose cambiano. Ricordarsi di non sottovalutare le conseguenze dell'amore. Le cose cambiano. No, non cambiano, il destino è il destino. Però è possibile andarsene in modo dignitoso. Ricordando. E soprattutto, sperando, per una volta, di essere ricordato.
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categoria : cinemi

lunedì, 08 gennaio 2007, ore 08/01/2007 23:25

L'unica parola adatta per Michel Gondry: genio. Come definirlo altrimenti dopo aver visto il video qui sotto, da lui diretto?



via giovane cinefilo
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categoria : personaggi, arte, cinemi

lunedì, 08 gennaio 2007, ore 08/01/2007 21:15

flagsNon ho ancora perso il vizio di fidarmi troppo delle recensioni prima di andare a vedermi un film. Ecco, per Flags of our fathers, l'ultima (penultima, vah) fatica di Clint Eastwood, ho letto delle recensioni un pò tiepide, quando non vere e proprie stroncature. Ed io, il solito pollo, ancora una volta non ho ricordato, ripeto, che non bisogna mai criticare un film senza prima, prima, vederlo.

Togliamoci subito il dente: gran film. Del resto, credo che ormai quest'uomo sia incapace di fare film brutti. E comunque, si tratta della storia dietro quella incredibile foto, emblema della Seconda guerra mondiale, la guerra giusta per eccellenza. Foto che ritrae alcuni soldati americani che issano la stars & stripes sulla cima del monte Suribachi, a Iwo Jima, teatro di una delle più sanguinose battaglie di tutta la guerra. Una foto che riesce a ridare la fiducia al popolo americano, che iniziava ad avere paura per le sorti del conflitto. Una foto. Che in realtà sono due foto, in quanto la prima bandiera issata era stata sostituita con un'altra, quella della foto, appunto.

I tre sopravvissuti vengono rimandati in patria a girare le città americane per raccogliere fondi per la guerra, diventando quasi fenomeni da baraccone, ad uso e consumo di un pubblico che si beve tutto pur di avere eroi da celebrare. Eroi. Uomini. Angosciati dalla terribile esperienza vissuta. Carichi di rimorsi per  essere sopravvissuti ai loro compagni, per essere protagonisti loro malgrado di una gigantesca mistificazione.

Il tutto è raccontato dal regista con la solita sobrietà, con la solita moralità. Con un magistrale utilizzo del flashback per dipanare i fili della storia, che si basa sul racconto del figlio di uno dei sopravvissuti.

Bene. Dopo aver visto il film, la prima cosa che ho pensato è stato un parallelismo tra la famosa foto e
quella di Bush che fa joggin col veterano mutilato. Parallelismo della manipolazione della realtà, delle immagini, della rappresentazione. Fuori dalla realtà.

E ho capito che ad Eastwood, in fondo, non interessava più di tanto la guerra in sé, con le sue atrocità, il sangue, il fango, la membra dilaniate, le budella che fuoriescono dall'addome. Meglio: certo che ne era interessato, tanto che le scene in battaglia sono davvero incredibili, stupefacenti, anche se dopo la mezz'ora iniziale del soldato Ryan spilberghiano ormai c'è poco da aggiungere sul tema.

Certo. Ma al regista americano premeva lavorare sul tema dell'immagine. Sulla rappresentazione della guerra. Ben conscio del fatto che è la raffigurazione dell' evento  che lo fissa nell'immaginario collettivo, non l'evento in sé. Perché tra la realtà e la leggenda, vince la leggenda (L'uomo che uccise Liberty Valance).

La guerra è guerra. Anche quella giusta per antonomasia. Non esistono eroi, solo uomini che cercano disperatamente di sopravvivere in mezzo all'orrore, facendo il possibile per aiutarsi l'un l'altro mentre condividono un'esperienza indicibile, mentre vedono cose impossibili da raccontare, mentre fanno cose impossibili da raccontare. E dopo questo vengono sballottati da una parte all'altra del proprio paese a rappresentare un'icona, un'immagine, anzi, due immagini, non l'evento. Un paese ancora razzista verso i nativi americani, un paese arrivista e sempre spregiudicatamente tendente alla ricerca del profitto. Un paese. Il mondo. Assetato di immagini. Di rappresentazioni. Non
dell'evento in sé. Non della realtà.

In fondo la realtà non esiste, è solo frutto dell'immaginario. La si conosce solo per come viene rappresentata.

Repubblicano? Sarà. Ma la radicalità del regista nel raccontare storie che sanguinano, il suo implacabile pessimismo sulla natura cattiva dell'uomo, il suo sguardo disincantato, la sua profonda onestà, ne fanno probabilmente il maggiore direttore vivente.

Ripeto: gran film. Sicuramente inferiore a Mystic River e a Million dollar baby. Ma sempre un gran film. E ora attendiamo con fiducia la seconda parte: Letters from Iwo Jima, cioè la stessa battaglia osservata dal punto di vista giapponese. Dicono sia molto meglio. Vatti a fidare, dei recensori
 
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categoria : cinemi