Qualche giorno fa un'amica fanatica di cinema quanto e più del sottoscritto (beh, forse non è arrivata agli abissi di deficienza di uno che si compra due Mereghetti consecutivi e che faceva il pagliaccio con gli amici indovinando le stellette di titoli scelti a casaccio) mi ha passato Le conseguenze dell'amore, film rivelazione del regista italiano Paolo Sorrentino. Tanti me ne avevano parlato, e tanti ne avevano scritto.
In ritardo, però eccomi. Che dire? Film davvero bello, assolutamente fuori dai canoni tipici del cinema italiano. Girato con un talento stupefacente, con movimenti di macchina inusuali e lunghi piani sequenza quasi virtuosistici. Con una colonna sonora minimal davvero perfetta. Con una co-protagonista femminile di una bellezza abbacinante. Con un protagonista, Toni Servilio, davvero monumentale. Enorme.
In fondo, tutto il film è lui, Titta di Girolamo. Tutti gli altri esistono solo intorno a lui. Un ex commercialista/contabile della mafia rinchiuso da una vita in un albergo svizzero asettico, freddo, grigio. Proprio come lui, asettico, freddo, grigio, metodico sino al fanatismo (persino nell'iniettarsi eroina), che ricicla il denaro di un boss mafioso e vive questa non-vita solo, malinconico, rassegnato e dimenticato.
Solo che un bel giorno decide di fare una cosa pericolosissima, imprevedibile: rivolge la parola alla barista dell'albergo. E le cose cambiano. Ricordarsi di non sottovalutare le conseguenze dell'amore. Le cose cambiano. No, non cambiano, il destino è il destino. Però è possibile andarsene in modo dignitoso. Ricordando. E soprattutto, sperando, per una volta, di essere ricordato.