venerdì, 30 ottobre 2009, ore 30/10/2009 22:34

Dopo quasi un mese dalla visione provo a buttare giu’ qualche riflessione su Inglorious Basterds.inglourious-basterds  Sì, fosse facile. Come tutti i film di Tarantino, anche questo ha bisogno assoluto di almeno un’altra visione. Poi, c'è che sono partito per gli Usa qualche giorno dopo e tutto ho avuto tranne tempo di rimuginarci sopra. Tra l'altro, tutto quello che c’era da dire è stato detto da Leonardo e da  Kekkoz. Comunque, proviamoci.

La prima cosa che mi viene in mente e’ che non esiste assolutamente nessun cinema alla Tarantino. Provate a pensarci. Tutti film diversissimi tra loro. Il rapina a mano armata degli anni Novanta che era Reservoir Dogs. Quella specie di fumettone, bastardo ibrido tra noir, fumetto e commedia, che era Pulp Fiction. Il noir blaxploitation di Jackie Brown. Il Katana western, mix tra manga, hong kong movie e Sergio Leone, di Kill Bill. E ora Inglorious Bastards. Che e’…mmm…boh.

Ho il sospetto che il film preferito di Tarantino sia C’era una volta il West. Cioè il film-elegia di Leone al western classico fordiano. L’incontro tra due poetiche. E lo vediamo proprio nella prima magistrale sequenza di Inglorious Basterds. La scena dell’arrivo dei nazisti nella baita della campagna francese non è come  l’arrivo di Henry Fonda e scagnozzi che precede  il massacro della famiglia McBain? E la scena della porta aperta sulla campagna, dove scappa in campo lungo  Shoshanna, non e’ come Ethan che apre la porta in Sentieri Selvaggi? Ovvio, direste, Tarantino e’ citazionismo puro. Vero. Ma cos’ha di tanto moderno allora? Perchè fa tanto cool dire che piacciono i film di un regista che guarda ostentatamente al passato?

Cita i classici, Tarantino. E li cita alla grande, ovviamente. I duelli di sguardi e di primissimi piani, i dettagli, come la sequenza al ristorante della panna sulla torta, sono cinema puro. Si torna a Leone e ai suoi showdown preceduti da sguardi infiniti e primissimi piani sugli occhi. Si torna all’interminabile attesa di tre killers alla stazione del treno, da accostare alla lentissima accensione della pipa da parte di un ufficiale nazista che passa con disinvoltura dal francese all’inglese, dal tedesco all’italiano.

E la violenza? Tarantino non è sinonimo di violenza? Com’è la violenza in questo film? E' come quella manga-parossistica di Kill Bill? No, no, qui la violenza è, come dire, antispettacolare. Come definirla altrimenti? Scene durissime, al limite dell'insostenibilità (col gusto però del  pubblico odierno abituato allo splatter), precedute da attese snervanti, altrettanto insostenibili. Perchè, come in Leone, non si muore solo in campo lungo. E una pallottola (o una raffica di pallottole) devasta il viso, altrochè. Cosi’ come una mazza da baseball in testa.

shosannaE i dialoghi? Se c'è una cosa che davvero è marca della casa sono i dialoghi infiniti dei personaggi tarantiniani. Vero e proprio marchio di fabbrica. E pure qui i dialoghi sono lunghissimi, torrenziali, spesso geniali.  Incastonati alla perfezione in un film che gioca tutto sulle differenti lingue parlate dai protagonisti, da vedere pertanto assolutamente in originale. Molti diranno che rallentano il film, questi dialoghi interminabili. Sti cazzi. Quelli di Tarantino sono film parlati. Tutti.

E poi la cinefilia del regista, altro marchio di fabbrica. Gli omaggi dentro Inglorious Basterds sono innumerevoli. Si passa dai segni nel collo dell’apache Aldo Raine, come Eastwood in Impiccalo più in alto, agli improbabili falsi nomi da italiano di Raine e dei suoi dentro il cinema, che omaggiano i film italiani di serie B tanto amati dal regista americano. E non continuo, ché mi ci vorrebbero ore. Il film stesso altro non è che un perfetto mix tra guerra, fantastoria, spy story e molta commedia, visto che si ride parecchio, come sempre in una pellicola tarantiniana.

Lo dico? Inglorious Basterds è un film meraviglioso. Godimento allo stato puro. Con attori tutti bravissimi, iniziando dall’apache Brad Pitt, che sembra il fratello sadico del tontolone impersonato in Burn after reading, sino all’ufficiale nazista, interpretato in modo impressionante dall’austriaco Christoper Waltz, che entra di diritto nella storia dei cattivi del cinema. Sulla colonna sonora poi, altra marca della casa, c’è poco da dire. Credo che come assemblatore di soundtrack Tarantino sia inferiore solo a Cameron Crowe. Anzi, ho cambiato idea: è pure meglio. Un genio. La scena della sala di proiezione con la sparatoria tra Shoshanna e il cecchino-attore nazista, interpretato dal bravissimo tedesco-catalano Daniel Brühl, con sottofondo “Un amico” di Ennio Morricone, è vicina alla perfezione. Vedere per credere.

Tarantino adora il cinema.  Questo film e tutti gli altri del regista sono prima di tutto, banalmente, un atto d’amore verso il cinema. Verso un cinema classico e antico, altro che moderno. Un autore onnivoro che cita cinema classico persino nel nome della sua casa di produzione. Un cinema riportato al suo primordiale significato di evasione, di sogno. Un cinema che riscrive la storia.  Un cinema come unica possibilità di giustizia, come unico modo di vedere i buoni trionfare sul male. E persino una ragazza appena morta diventa immortale nel grande schermo mentre annuncia, letteralmente fiammeggiante, la vendetta degli ebrei all’esterrefatto stato maggiore nazista.

Sì, Inglorious basterds è puro cinema. Capolavoro? A sentire Aldo Raine sembrerebbe di si

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categoria : cinemi, americanos

giovedì, 29 ottobre 2009, ore 29/10/2009 20:10

Ero indeciso se scrivere o no questo post. Innanzi tutti perchè ci avevo già scritto in anticipo e soprendentemente è davvero andato quasi tutto come pensavo e sognavo. Ma soprattutto, perchè su certe cose ci si può ricamare, ci si può filosofeggiare, magari andando involontariamente a toccare la poesia, Certo. Eppure, come si possono descrivere a parole certe sensazioni, certi momenti, certa immensità in cui ci si è ritrovati immersi per qualche giorno? Qualche giorno. Briciole, nella vita di un uomo. Millesimi di granelli di sabbia nella storia del Gran Canyon.

Momenti, appunto. In questo viaggio ho vissuto dei momenti speciali che è impossibile descrivere davvero. Impossibile. Che poi, ti rendi conti di essere un privilegiato. Il vivere alcuni attimi nel tuo immaginario, il realizzare uno dei sogni che ti restano attaccati da quando eri un bambino, beh, non è cosa da tutti. Ed è meglio viverlo solo per qualche momento, il tuo immaginario. Perchè deve restare, appunto, immaginario. De Andrè avresti voluto conoscerlo, certo. Ma solo per chiaccherarci qualche ora. Non avresti voluto esserci amico. Lasciateci almeno qualche angolo che non sia occupato dalla realtà, per favore.

Il tuo immaginario. Ti ci butti per un pò, resti meravigliato, forse ancora non realizzi bene quello che hai fatto durante queste briciole di vita. Poi torni alla vita quotidiana, alle solite cose, che probabilmente sono più mediocri di quello che pensi. Ma ti porterai dentro per tutta la vita quelle sensazioni, quei brividi, quei momenti, Quell'immaginario che hai avuto il privilegio di sfiorare. E hai paura che i ricordi svaniscano, col tempo. Ma chi se ne frega, li hai vissuti, quei ricordi. E sempre ti rimarrà, questo sì indelebile, il ricordo di averli vissuti.

Ci provo comunque, con nomi-pensieri-ricordi random di un'avventura indimenticabile.

New York che è davvero uno state of mind, il MoMa, i due deficienti italiani dietro l'Apple Store che ci chiedevano quale fosse la via principale-corso di NY. La Metro dei Warriors, lo skyline, il Village e il Lower East Side sulla Bowery, Antonello che si appoggia ad un auto e il buttafuori che gli fa "You can't be serious, man!", il bar karaoke di canzoni heavy metal truzze, l'ex CBGB, downtown e quel buco enorme tra i grattacieli, le scale antincendio fuori dalle case, la Times Square di Strange Days, le luci livide dei fari e dei semafori che si riflettevano nelle strade mentre diluviava ché ti sembrava di vivere dentro una canzone di Lou Reed. La Brooklin hipster di Williamsburg dove vive Luca, l'ollolaese più hipster ever, il train che passa fuori per il Manhattan Bridge, i pankakes e le slices of pizza.

Le 2250 miglia sciroppate in una settimana a bordo di una Kia Optima che fa comunque on the road, i cd a palla per tutto il viaggio, l'emozione di entrare nei grandi parchi, i rettilinei infiniti prima della Death Valley, il tramonto a Bryce Canyon, il brivido di immensità provato al Delicate Arch e al Gran Canyon, i motel per strada a 65 dollari a notte, il motelaccio a Flagstaff sulla 66, Escalante, Boulder, Moab, Page, Kingman, Lone Pine, Oakdale. Il Dead Horse Point, l'ingresso nella Monument Valley con Morricone a palla, il giro nello sterrato della Monument al tramonto, praticamente da soli, il cane che abbiamo trovato al John Ford Point, il buco nello stomaco provato seduto da solo ad ossservare le three sisters al tramonto. Le draft di birra nei saloon di cittadine sperdute, le chiaccherate con un vecchio amico che vedi poco, i  silenzi con un amico che vedi poco,
i tormentoni ollolaesi gridati ai quattro venti, il caffè a Bluff, 4 case in mezzo al nulla, il nulla immenso della soffocante Death Valley, lo stupendo e psichedelico tramonto a Zabriskie Point, con i colori più allucinanti mai visti nel cielo, il passaggio in 12 ore dai 38 gradi della Death Valley alla neve sui 3000 e passa metri di Tioga Pass, le cascate e i laghetti di Yosemite, i colori delle foglie e l'immensità degli alberi.

"We don't speak starbucks" scritto sulla cassa del bar di una fricchettona a Kingman, dove ho preso il miglior espresso degli Usa, Frisco esclusa, If you're going to San Francisco ascoltata mille volte, l'arrivo nella Bay Area, guidare la macchina nelle salite di Frisco, il gruppo cover col cantante che era un mix tra JMascis e David Crosby, "eia, melchiò!" scritto nel bagno del bar, la solennità della City Lights e il pensiero che andava a Kerouac, Ginsberg e Ferlinghetti, Haight e la Summer of love, la clam chowder a Fisherman's Warf, il cable car che risale e scende sino a Fisherman's, il cartello dell'homeless con scritto "Why lie, it's for a beer", la bartender che vede la mia maglietta del CBGB e ne fa un'apologia, la gentilezza e disponibilità di chiunque, l'ombra formata dal Golden Gate al tramonto, l'Oceano Pacifico, l'homeless che rispondeva cantando alle domande su dove potevamo trovare un bar aperto, don't you want somebody to love.

Bello

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categoria : viaggi, personaggi, letture, arte, cinemi, music is my radio, my own private life, americanos

lunedì, 28 settembre 2009, ore 28/09/2009 00:01

38
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categoria : my own private life

domenica, 27 settembre 2009, ore 27/09/2009 22:54

Allora, malgrado chiunque, in un modo o nell'altro, abbia visto l'ultima puntata di Anno Zero, il sottoscritto non l'ha vista. E' che il parlarsi addosso ormai mi è venuto a noia, guys. Non ho visto la puntata, ma sono sicurissimo che alla fine chi era berlusconiano è rimasto berlusconiano e chi non lo era ha continuato ad odiare il nostro premier con tutte le sue forze. Che palle. Davvero, è inutile continuare a trincerarsi nei discorsi tra noi, nel darsi ragione come tutte le altre volte. Che palle. Non se ne esce.

Eppure. Eppure c'è che ho letto questo post di Matteo Bordone. E ho visto il filmato che trovate qua sotto. Non pensavo che Libero potesse essere peggio di quando il direttore era Feltri. Ma non sapevo che il nuovo direttore fosse Maurizio Belpietro. Come passare da una semplice cagata alla diarrea. Ecco, io sono fiero di odiarlo, questo figuro gradevole come un calcio nelle palle. Ma tant'è. Alla fine penso che stia antipatico persino a sua madre. La cosa peggiore è stata quella che ha detto a Concita De Gregorio senza che nessuno, Santoro, Travaglio, Franceschini, abbia pensato di lanciargli un microfono in faccia. La De Gregorio diceva che la gravità della vicenda delle escort non è tanto il fatto che Berlusconi sia andato a puttane, quanto il fatto invece che queste prostitute siano finite in lista elettorale. Belpietro ha risposto: "Si vede che lei (la D'Addario) è più brillante di te". La visione del mondo in una frase.

Ragazzi, come ho già detto molte volte, non se ne esce. E' finita. Abbiamo perso. L'Italia è questa, tutta. Dove passano per normali, per chiunque, le cose più abiette. Non è questione di far passare la nottata. E' che tutta l'Italia è ormai una eterna notte artica. Non c'è luce in fondo al tunnel. Cerchiamo almeno di brancolare nel buio in modo dignitoso, provando a non affogare nella merda in cui siamo costretti ad annaspare. Che è anche la nostra merda.


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categoria : politica, polemiche, personaggi, attualità, povera patria

mercoledì, 23 settembre 2009, ore 23/09/2009 23:50

Le due migliori riflessioni sulla morte dei soldati italiani e sulla situazione afghana in generale sono questa e quest'altra.

La battuta migliore, invece (involontaria), è quella di Umberto Bossi. Ma lo scemo in famiglia non era suo figlio?
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categoria : politica, polemiche, personaggi, mondo cane, humour, attualità, povera patria

martedì, 01 settembre 2009, ore 01/09/2009 22:29

Ops, Mr. Nick Hornby sta per tornare. Ed è sempre un bel ritorno, per il sottoscritto. Malgrado alti e bassi. Che poi, uno non può sempre scrivere Alta fedeltà, no? Anche se l'ultimo romanzo hornbyano mi era piaciuto. Vabbè, non deluderà, vedrete.

La casa editrice ha lanciato inoltre un sondaggio per la migliore canzone sulla separazione. Furbi, eh? Più hornbyani di così si muore. Dai, chi vuole spari la sua, qui nei commenti. Io sparo la prima che mi viene in mente, anche se atipica: You're missing, di Bruce Springsteen.


Via Emmebi, of course
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venerdì, 21 agosto 2009, ore 21/08/2009 18:58

Eh si, stavolta ad Ottobre si parte davvero. Io e uno dei miei amici piu’ cari, in direzione Usa. New York, i parchi del sudovest, la California, San Francisco. L’America. Chi mi conosce sa bene quante volte ne ho parlato. Quante volte ho detto che l’avrei fatto. Here i am. Non sto nella pelle, davvero.

 

Bene, il sottoscritto decide di andarsene in giro in America per un paio di settimane buone, decide di fare il viaggio, insomma, e il solito Andrea Scanzi scrive questo bellissimo articolo. Vabbe, è morta la Pivano, oh. E’ morta colei che il viaggio per eccellenza l’ha portato in Italia. La Pivano ha tradotto la strada. Letteralmente. E Scanzi non poteva non celebrarla da par suo, con un pezzo che si riallaccia alla classifica delle piu’ belle strade del mondo secondo il National Geographic (classifica opinabilissima, ovviamente. Come tutte le classifiche). Un pezzo che non puo’ non citare la Pivano, Kerouac, Springsteen. La strada. L’America, alla fine. Perche’ l’America è la strada. E’ il muoversi continuamente. E il viaggio è tutto, lo sappiamo.

 

Prima di partire ho in previsione il re-watching di vari film, come Into the wild, Fandango, Thelma and Louise, Easy Rider, Verso il sole, A straight story e altri. Leggero’, mi documentero’. Già mi sto divorando il sommo Dave Eggers. Non credo  però di arrivare a rileggermi Kerouac. Per me resta legato ad un periodo particolare della mia vita ed e’ uno dei libri che mi piu’ mi costa riprendere dallo scaffale. Quel libro va letto a 20-25 anni. Se lo rileggi dopo lo fai con un’altra coscienza, un altro spirito. Non sono ancora pronto. Ma sicuramente mi rileggero’ un libro di Cesare Fiumi, La strada e’ di tutti, che lessi una decina di anni fa. Un libro stupendo, dove il giornalista del Corriere racconta il suo viaggio fatto nel 1997, a 40 anni, su una Thunderbird verde noleggiata. Un viaggio sulle tracce di Kerouac, ma anche di Cormac McCarthy, accompagnato da una vecchia carta stradale, da qualche cassetta con la musica giusta, ma soprattutto da un’idea. Un’idea di viaggio che ha parecchi punti in contatto con la mia. Con le dovute differenze e proporzioni, ovviamente. Dato il poco tempo, alla fine il mio trip durera’ 15 giorni. Prima  NYC, poi aereo per Las Vegas e da laggiu’ on the road in auto verso i grandi parchi del sudovest, verso la California, passando da Zabriskie Point, ovviamente. E altrettanto ovviamente arrivando a San Francisco. Sto gia’ pensando e ripensando alla compilation che devo prepararmi, che dovra’ essere perfetta. Perche’il viaggio dei sogni, quello che progetti da quando eri bambino, non puo’ che accompagnarlo una colonna sonora da sogno.


L’America. L’Est. New York, che e’ la città per eccellenza. Quella dove tutti abbiamo in qualche modo vissuto. Le canzoni di Lou Reed, Bruce Willis a manetta in taxi dentro Central Park, lo skyline contemplato da Monty Brogan con il suo cane, Carlito Brigante che muore sulle note di You’re so beautiful, Woody Allen e Diane Keaton a passeggiare nel Village. Poi l’Ovest. San Francisco. Dove Jack e Neal arrivano dopo il loro primo viaggio. La Big Sur verso Monterey. La Summer of Love. La City lights. Dustin Hoffman che scappa con la sua Alfa Romeo. Jello Biafra. E in mezzo alle due citta’, il viaggio, il sudovest, la Monument Valley, il Gran Canyon, La Death Valley, i boschi della Sierra Nevada, i giochi di luce di Antelope Canyon. E la Route 66, ovviamente. La Strada. La Mia America. Il viaggio verso qualcosa che ti appartiene, pur non avendolo vissuto. Perchè, come dice Fiumi, niente e’ piu struggente di quello che non si e’ vissuto. E lo voglio vivere, almeno per poco, quello che non ho vissuto.


Muoversi, sempre. Ora a volte mi spaventa. Sono appena tornato a Barcellona dalla Sardegna e sempre di piu’ mi sembra di vivere una vita provvisoria. Eppure anche laggiù, dove sono le mie radici, nella mia Macondo, ho sempre forte  il sentore della provvisorietà. La precarietà dell’anima. E’ eccitante vivere in uno stato di perenne attesa, di continua eccitazione, appunto. Ma stanca. Pur non potendone fare a meno. Perchè da certe cose non si scappa: vagabondi come noi sono nati per correre. Vagabondi dello spirito. Ché hai sempre bisogno di andare su e giu’ lungo la Route 66 dell’anima. Che non porta da nessuna parte, magari. Eppure bisogna andare.

 

E ora si va, davvero. A sentire letterelmente la polvere. A chiedere, alla polvere. Come detto, il poco tempo non mi permette di fare quello che ha fatto Fiumi. Sicuramente prenderemo parecchie autostrade, non tutte le strade secondarie e impolverate che ha fatto lui. Sicuramente non ci butteremo di sotto a Canyonlands, come Thelma and Louise. E non faremo 500 miglia in 5 ore come Neil Cassidy. Non faremo in canoa le rapide del Colorado come Chris McCandless. Non vedremo arrivare Henry Fonda al rallentatore con la Monument Valley sullo sfondo. Forse non seppelliremo una bottiglia di vino nel deserto. Magari saremo piu’ springsteeniani, e la strada, il viaggio, saranno un modo di evadere da una realta’ che forse e’ piu’ normale e mediocre di quello che pensiamo. Un sogno insomma. Lasciateci almeno questo. Uno spicchio di sole, un raggio di luce, la possibilità di sentire il vento nei capelli prima di arrenderci. In modo da non rimpiangere, in modo da provarci. O almeno, in modo da avere qualche rimpianto in meno. No, non ci arrenderemo.


No retreat baby, no surrender.

 

Dimenticavo: la prefazione del libro di Fiumi la scrisse Fernanda Pivano. Il cerchio si chiude. (Quasi) Sempre.

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martedì, 18 agosto 2009, ore 18/08/2009 22:10

Ancora di ritorno a Barcellona, dopo altri dieci giorni di ferie sarde. E anche stavolta il ritorno mi ha preso un pò male. Ci sarei stato volentieri un'altra settimana, laggiù. Vabbè. Ci sono altre ferie ad Ottobre, stavolta in direzione United States of America. Mi sa proprio che parecchi dei prossimi post verteranno su questo. Chi mi conosce sa benissimo quanto ho aspettato questo momento.

Stay Tuned, come direbbe l'intoccabile san Beppe Grillo
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categoria : my own private life

lunedì, 27 luglio 2009, ore 27/07/2009 22:58

Leggevo oggi su El Pais la recensione del concerto di Springsteen a Bilbao, firma Jesus Ruiz Mantilla. E per poco cado dalla sedia per le risate, quando ho letto che Danny Federici, morto più di un anno fa, deliziava gli spettatori vizcaini con le sue tastiere. Non è tutto, visto che per il precisissimo cronista la cover "You never can tell" non era mica stata scritta da Chuck Berry, ma da Luke Perry. Sì, Luke Perry. Il Dylan di Beverly Hills 90210. Capisco che magari non si sappia che Max Weinberg è stato sostituito dal figlio per qualche data solo perchè impegnato nello show di Conan O'Brian, come ormai da anni. Eppure, dai, sono errori da fare?

Ovviamente i commenti dei lettori non si sono fatti attendere e il giornale ha corretto, con una nota dove si spiegava che in effetti Federici era morto e che il suo posto era stato preso da Roy Bittan. Si, Roy Bittan. Che mi pare suoni con la E Street Band da più di trent'anni. Quello che si dice metterci una pezza.
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giovedì, 23 luglio 2009, ore 23/07/2009 23:40

Purtroppo Il Manifesto è diventato un giornale quasi illeggibile. Eppure, tra il milionesimo dibattito sul futuro della sinistra e la milionesima richiesta di sottoscrizione "per salvare il giornale", restano pur sempre le pagine culturali, dove spesso si trovano delle autentiche perle. Questo articolo di Alessandro Portelli su Springsteen, per esempio, è una delle più belle recensioni ad un concerto che mi sia capitato di leggere.

Un pò lungo, ma ne vale la pena


PS: chi mi becca la citazione del titolo avrà diritto alla palma del più intelligente del mondo dopo il sottoscritto
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categoria : politica, personaggi, letture, humour, attualità, music is my radio, americanos